L’accordo sembra vicino, ma le tempistiche relative alla firma non sono ancora chiare. Conferme e smentite rendono difficile fare previsioni. Donald Trump e il premier pakistano Shehbaz Sharif, che ha ricoperto il ruolo di mediatore nei negoziati, sostengono che tutto si concluderà entro domani. Ma da Teheran non arriva nessuna conferma. Anzi, il ministero degli Esteri ha escluso che il memorandum di Islamabad venga siglato entro le prossime 24 ore, in quanto ci sarebbero ancora punti da discutere.
Mentre il tycoon annuncia con convinzione che presto lo Stretto di Hormuz “sarà aperto a tutti”, l’Iran frena il suo entusiasmo. Tra i punti di divergenza c‘è sicuramente il dossier sul nucleare. Su questo il ministro degli Esteri a Teheran Abbas Araghchi non ha dubbi: con le “condizioni attuali”, il nodo non può essere sciolto. Le richieste degli Stati Uniti sono inaccettabili per i negoziatori della Repubblica Islamica. E infatti per il suo portavoce Esmail Baghaei, l’accordo di cui parlano Trump e Sharif è solo “un’intesa che delinea i punti generali delle questioni controverse e stabilisce che la guerra finirà”. Ma rimane anche da decidere come gestire l’escalation in Libano provocata dagli attacchi israeliani.
Per il momento sul tavolo c’è solo il memorandum in quattordici punti, frutto di un confronto che dura ormai più di due mesi. Nel testo, oltre al cessate il fuoco, è inclusa una seconda fase della durata di 60 giorni, volta ad affrontare le questioni più delicate e sulle quali le delegazioni faticano a raggiungere un compromesso. Nel frattempo, il Pakistan ha predisposto la firma elettronica, da formalizzare in videoconferenza, che seguirà i colloqui tecnici tra i rappresentanti degli attori coinvolti.
L’Iran non si fida
La leadership iraniana è scettica. La paura è che gli Stati Uniti riprendano gli attacchi su Teheran, pur essendo prossimi alla firma di un’intesa. E non sarebbe la prima volta. La guerra, lo scorso 28 febbraio, è iniziata proprio con questi presupposti. Per questo motivo Baghaei, dunque il ministero degli Esteri in Iran, preferisce muoversi con cautela. Nonostante non escluda il raggiungimento imminente di un accordo, evidenzia la “volubilità della parte opposta” e le sue precedenti “inadempienze”.
Dopotutto la narrazione diverge anche sullo stesso contenuto del memorandum. I media iraniani affermano che, al suo interno, figurano la revoca delle sanzioni, i negoziati sul programma nucleare, un piano di ricostruzione per l’Iran del valore minimo di 300 miliardi di dollari e un meccanismo di supervisione internazionale. Ma Donald Trump sostiene che quanto riportato dalle emittenti della Repubblica Islamica non corrisponda alla realtà dei fatti.
In sintesi, i punti di disaccordo per ora fanno più rumore dei nodi già sciolti. Che sono pochi. Sul tavolo rimane il conflitto in Libano, il nucleare, la gestione dello Stretto di Hormuz, le sanzioni contro l’Iran, il blocco navale statunitense e molto altro. La speranza è che cessino, per lo meno, gli attacchi bilaterali. Su questo punta il Pakistan e in parte Donald Trump, che – secondo gli analisti dei Pasdaran – spera di chiudere la questione entro domani, 14 giugno, il giorno del suo ottantesimo compleanno.
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