lunedì 25 Maggio 2026
Flotilla

“Ci hanno rotto le costole”. I racconti dell’orrore degli attivisti della Flotilla

Gli ultimi connazionali sono atterrati a Fiumicino. Tra i testimoni, l’ex consigliera di Firenze Bundu: “Era tutto studiato per terrorizzarci”

Da Maria Vittoria Ciocci
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Il racconto degli attivisti detenuti ad Ashdod sono allarmanti. Evidenziano, infatti, un salto di qualità nelle violenze a cui i partecipanti sono stati sottoposti. Non si parla più di ingiurie e vessazioni, che di per sé sono condannabili, ma di aggressioni fisiche e atti lesivi alla dignità della persona. “A chi hanno rotto costole, a chi hanno molestato sessualmente, ma è stata anche una tortura psicologica”, racconta ad esempio l’ex consigliera comunale di Firenze, e ora attivista della Global Sumud Flotilla, Antonella Bundu, “per andare al porto mi hanno chiuso in una gabbia di ferro di un metro, dove non si vedeva nulla e fuori i cani che abbaiavano e graffiavano sul ferro”. La segue il 28enne Luca Poggi: “Se prima eravamo tornati umiliati, ma sostanzialmente integri, stavolta torniamo letteralmente con le ossa rotte”.

A raccontare l’incubo ai microfoni della stampa presente a Fiumicino, è anche il 43enne Marco Montenovi: “Mi hanno buttato a terra, riempito di botte in quattro, mi mettevano fascette sulle mani stringendole e poi le staccavano via tirandole. Ma ancora, cercavano di farmi uscire la spalla, oppure mi prendevano per i capelli e mi alzavano su tipo trofeo”. Inquietante è anche la narrazione di Bundu dell’abbordaggio: “Sembrava un film di guerra. Per ventiquattro ore siamo stati inseguiti da tre navi e decine di gommoni con uomini armati. Poi ci hanno circondati”.

Ashdod

Bundu si sfoga con i giornalisti del Corriere della Sera. Racconta che una ragazza è rimasta ferita durante l’abbordaggio, a causa dei proiettili di gomma sparati a breve distanza. I teaser attivati sulla pelle umida, che ne amplifica così l’efficacia, dunque il dolore. Gli attivisti poi sono stati trasferiti su una “nave galleggiante”, messa in sicurezza dal filo spinato e dai soldati che puntavano il “fucile addosso 24 ore su 24”. Due soldate l’hanno trascinata e sbattuta al muro, costretta a spogliarsi e legata con le fascette che riportavano il numero di identificazione. Infine, è stata costretta in ginocchio.

Altri attivisti sono stati ammassati nei container, mentre per terra l’esercito continuava a buttare acqua per impedire ai vestiti di asciugarsi. A giovani, adulti e anziani sono state tolte le scarpe e colpiti con getti d’acqua, insieme a sostanze urticanti. Mentre in lontananza si avvertivano spari e urla di dolore continui. Bundu in persona ha assistito all’arrivo del ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir: “Noi eravamo tutti sdraiati a terra. Lui rideva mentre una donna filmava”.

Al termine dell’interrogatorio, prosegue il racconto, l’ex consigliera toscana è stata incatenata alle caviglie e chiusa in quella che definisce “una scatola di ferro, dentro un camion-prigione”. Sentiva i cani ringhiare e scagliarsi contro le pareti metalliche. “Era tutto studiato per terrorizzarci”, spiega. Un’odissea che non si è conclusa con l’arrivo presso il penitenziario. Qui, gli attivisti erano stipati: ventisette in una stanza, senza materassi e insieme agli scarafaggi, con sanitari senza sapone. L’esercito si impegnava a togliere il sonno agli sfortunati. “Ogni venti minuti aprivano urlando e ci spostavano di nuovo”, dice Bundu.

Viene da chiedersi, a questo punto, quale sia la linea rossa. Confini che vengono oltrepassati sistematicamente di fronte all’ignavia della comunità internazionale. Un contesto nel quale sembra che Benjamin Netanyahu e i suoi ministri abbiano capito di non avere limiti.

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