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domenica 19 Aprile, 2026
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È morto Bruno Contrada lo 007 simbolo dei misteri di Palermo

La sua carriera nelle istituzioni fu segnata da una lunga e controversa vicenda giudiziaria per concorso esterno in associazione mafiosa, tra condanne, assoluzioni e il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Da Silvia Forconi
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È morto a Palermo Bruno Contrada, ex dirigente della polizia di Stato e già numero tre del Sisde, il servizio segreto civile italiano. Aveva 94 anni, napoletano di nascita ma palermitano d’adozione, Contrada aveva costruito gran parte della sua carriera nel capoluogo siciliano, diventando una figura di primo piano nelle attività investigative e nei servizi di sicurezza dello Stato tra gli anni Settanta e Novanta.

La sua vicenda personale e professionale è stata però segnata da una lunga e complessa battaglia giudiziaria. Arrestato il 24 dicembre 1992, durante l’anno delle stragi di mafia in Sicilia, fu accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Nel 1996 arrivò una prima condanna a dieci anni di carcere, successivamente ribaltata in appello nel 2001 con l’assoluzione. La Cassazione annullò però quella decisione rinviando gli atti a Palermo.

Nel 2006 la Corte d’appello lo condannò nuovamente a dieci anni dopo una lunga camera di consiglio, sentenza confermata l’anno successivo dalla Cassazione. Contrada scontò la pena tra carcere e arresti domiciliari fino al 2012, anno della fine della detenzione.

Negli anni successivi l’ex funzionario avviò una lunga serie di ricorsi e richieste di revisione del processo, rivolgendosi anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Strasburgo condannò l’Italia in due occasioni: prima nel 2014, stabilendo che non avrebbe dovuto restare in carcere quando aveva chiesto i domiciliari per motivi di salute, e poi affermando che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, al tempo dei fatti contestati (1979-1988), non era sufficientemente definito nel diritto penale italiano.

Contrada ha sempre sostenuto la propria innocenza, dichiarando più volte di voler difendere “l’onore di un uomo delle istituzioni”. Dopo ulteriori passaggi giudiziari, la Corte d’appello di Palermo gli riconobbe un risarcimento per ingiusta detenzione pari a 285.342 euro, decisione poi confermata dalla Cassazione nel 2023.

La sua morte chiude una delle vicende giudiziarie più controverse legate al rapporto tra apparati dello Stato e lotta alla mafia nella storia recente italiana.

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