Gli attivisti italiani della Global Sumud Flotilla sono atterrati sulle piste dell’aeroporto di Fiumicino nella serata di ieri. La Turchia, per i 425 partecipanti, ha messo a disposizione tre voli charter per Istanbul. Da qui i connazionali non hanno ricevuto alcun supporto dalla Farnesina. “Erano lì per una missione loro e quindi torneranno per conto loro – le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani – il problema non è il biglietto, ma come sono stati trattati là”. Un vuoto politico colmato dalla stessa Sumud Flotilla, che – tramite un comunicato della portavoce Maria Elena Delia – ha confermato che avrebbe coperto i costi di ritorno.
L’incubo di Ashdod
L’esercito di Tel Aviv presente ad Ashdod si è sfogato impunemente sulla pelle dei civili. I testimoni parlano di calci, pugni, violenze sessuali indistintamente su donne e uomini, utilizzo del teaser sui corpi ancora bagnati, bende che coprivano gli occhi, polsi legati da fascette che indicavano il numero di identificazione. Come nei peggiori ricordi della storia recente. “Ti fanno entrare in questo container, una panic room, dove ci sono tre energumeni che ti picchiano selvaggiamente, mentre dicono ‘benvenuti in Israele’. Dopo un pugno in un occhio, mi sembrava di non vedere più”, ha raccontato il deputato del M5S Dario Carotenuto.
Lui, insieme all’inviato de’ Il Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani, ha raggiunto Fiumicino in mattinata. Dopo aver lasciato il carcere di massima sicurezza di Ketziot e trasferito a Eilat per l’espulsione. Sono loro i primi a raccontare l’incubo di Ashdod. Il giornalista spiega che “almeno 20 o 30” attivisti hanno riportato braccia e costole rotte, altri persino traumi cranici. Mentre il deputato parla di “anziani torturati” e donne, più di una, “che denunciavano di aver subito abusi sessuali”.
Un inferno nel quale non è stata offerta nessuna assistenza medica ai feriti dalle percosse. Gli attivisti hanno potuto contare solo sui medici e sugli infermieri imbarcati sulla Flotilla, che hanno tentato di alleviare il loro dolore alla meglio. “Quando hanno chiamato i nostri numeri, ordinandoci di venire avanti con le mani alzate e metterci di spalle, mi sono sentito finito. Ho pensato ‘chi me lo ha fatto fare?’, ma non mi pento di essermi imbarcato”. E ha concluso: “Questi ragazzi seminano pace in un mondo di guerra”. E in un mondo di impunità.
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