lunedì 13 Luglio 2026
Thailandia PH Pixabay

Il lato oscuro del Sud-Est asiatico low cost

Overtourism, lavoro precario, inquinamento delle isole “da sogno” e responsabilità del turista europeo

Di Giuseppe Rosso
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Sulla brochure il mare è trasparente, la sabbia bianca, le perfette. Poi arrivi a destinazione e il primo impatto, la mattina dopo una mareggiata, è un tappeto di plastica: bottiglie, sacchetti, polistirolo che il personale raccoglie in fretta prima dell’ora delle per Instagram. In molte località del Sud-Est asiatico il paradiso da cartolina esiste ancora, ma è circondato da discariche a cielo aperto e da una macchina turistica low cost che consuma territorio, lavoro e risorse a un ritmo insostenibile.

Overtourism: quando il paradiso scoppia

Negli ultimi anni destinazioni come Bali, le isole thailandesi o alcune baie delle Phi Phi sono finite nelle liste delle mete “da evitare” proprio a causa del sovraffollamento, del traffico e della pressione insostenibile sulle infrastrutture locali. L’overtourism qui non è un concetto astratto: significa strade bloccate da scooter e minivan, spiagge dove è difficile trovare uno spazio per stendere l’asciugamano e centri storici trasformati in un susseguirsi di bar, ostelli e agenzie di tour.

Per provare a frenare i danni, alcuni governi hanno iniziato a intervenire con misure drastiche: chiusure temporanee di spiagge iconiche, limiti giornalieri agli ingressi, ticket di accesso ai parchi marini. La celebre Maya Bay, resa famosa dal cinema e poi messa in ginocchio da migliaia di barche e turisti al giorno, è diventata il simbolo di una destinazione costretta a “spegnersi” per permettere alla natura di riprendersi.

Lavoro precario sotto il dei tropici

Dietro l’idea di vacanza low cost – economici, ostelli, pacchetti “party” – c’è un’economia che regge sui salari bassi e su una grande quota di lavoro informale. Camerieri, addetti alle pulizie, guide e autisti di tuk-tuk spesso lavorano con fragili, turni lunghissimi e tutele minime, in settori completamente dipendenti dall’andamento del turismo internazionale.

Paesi come la  hanno il turismo diventare uno dei motori principali del , con intere comunità che vivono quasi esclusivamente della presenza di visitatori stranieri. Questo rende le economie locali vulnerabili alle globali – dalle pandemie ai – e scarica il rischio soprattutto su chi, alla base della filiera, non ha risparmi né reti di protezione sociale.

Isole “da sogno”, ecosistemi in crisi

L’impatto ambientale del turismo di massa è evidente soprattutto sulle isole più piccole, dove la capacità di carico ecologica viene superata da anni. A Bali, ad esempio, le immagini delle spiagge invase dalla plastica durante la stagione dei monsoni hanno fatto il giro del mondo, mostrando come l’oceano restituisca a riva rifiuti prodotti localmente e scaricati in mare per mancanza di sistemi adeguati di gestione.

In alcune isole thailandesi, come l’arcipelago delle Phi Phi, il problema non è solo la spazzatura ma anche l’acqua: l’enorme aumento di hotel, guesthouse e ristoranti ha messo sotto stress le risorse idriche, con prelievi intensivi e rischi di contaminazione delle falde. Proprio per questo le autorità hanno progressivamente introdotto limiti agli accessi e periodi di chiusura forzata, nella speranza di salvare barriere coralline e biodiversità di cui vive la stessa industria turistica.

La responsabilità (scomoda) del turista europeo

Il turista europeo che sogna il Sud-Est asiatico “low cost” ha un ruolo diretto in questo modello, anche quando non se ne rende conto. La ricerca compulsiva del volo più economico, dell’ostello più economico e del tour più economico spinge la concorrenza al ribasso, premiando chi taglia costi su salari, tutele, gestione dei rifiuti e rispetto dei limiti ambientali.

A questo si aggiunge il fenomeno dei nomadi digitali che lavorano da remoto con visti turistici, usufruendo di infrastrutture e servizi pensati per i residenti senza contribuire davvero in modo stabile al sistema fiscale o di welfare dei paesi ospitanti. E spesso, nonostante l’overcrowding già conclamato, le mete più scelte restano quelle iper-sature – come Bali o alcune isole della Thailandia – perché garantiscono lo scatto perfetto da condividere sui social.

Viaggiare meglio, non smettere di viaggiare

L’alternativa non è smettere di andare in Sud-Est asiatico, ma cambiare modo di andarci. Scegliere periodi di bassa stagione, preferire strutture gestite da realtà locali, evitare le mete indicate da più fonti come “in sofferenza” e distribuire i flussi su destinazioni meno sotto pressione sono alcune delle scelte che un viaggiatore informato può fare.

Esistono anche progetti di volontariato e turismo responsabile regolati, che puntano sulla tutela ambientale e sul supporto alle comunità, purché siano verificati e non siano l’ennesima forma di sfruttamento travestita da buona azione. In un’area del mondo in cui il turismo può essere allo stesso tempo opportunità e minaccia, la differenza la fa sempre di più il comportamento – e la consapevolezza – di chi parte con lo zaino in spalla o con un trolley e un feed da aggiornare.

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