Nata il 10 settembre 1930, Liliana Segre ha quasi 96 anni. È scampata alla morte durante il regime nazifascista, deportata nel campo di concentramento di Aushwitz insieme ad altri 776 bambini. Di questi, solo 35 sopravvissero. La senatrice a vita è una straordinaria eccezione. Mai avrebbe pensato di subire le stesse minacce di allora, quando erano in vigore le leggi razziali. “Perché non muori?”, le scrivono sui social. Segre interviene al Memoriale della Shoa, in occasione dell’evento “Le vittime dell’odio”. E racconta come, un tempo, la stessa intimidazione le veniva espressa alla cornetta del telefono. “Mio papà mi disse di non andare più a rispondere”, spiega. Ma capitava che disobbedisse e così, da quella cornetta, sentiva: “Perché non muori?”. Era il 1938.
Il mondo dell’odio, oggi, è “sempre più vasto” e si trasforma “in una valanga che trascina le persone”. Quando legge le minacce del web, pensa inevitabilmente: “Sarà da curare questo qui o sarò da curare io?”. La situazione è degenerata dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 e la reazione spropositata del governo Netanyahu, che ha sterminato più di 60 mila palestinesi. Le politiche di Tel Aviv, invece di oscurare definitivamente qualsiasi impulso antisemita, non hanno fatto altro che riportarlo alla luce. Su questo Liliana Segre non ha dubbi: l’antisemitismo è “sempre albergato nella parte peggiore dell’animo umano, insieme ad altre discriminazioni verso il prossimo”.
Ma sugli haters dei social network afferma assertiva: “Caratteristica tipica dell’odiatore è che insulta in maniera feroce e poi piange come un agnellino, frigna e chiede scusa quando viene assicurato alla giustizia”. Protetti dallo schermo del telefono, si sentono in diritto di dire tutto, consapevoli dell’impunità che domina Internet. Tanto che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, presente all’evento, si chiede: “Dov’era tutto questo odio, quando non esistevano i canali digitali di trasmissione?”.
E sono dinamiche che oggi vedono in contrapposizione comunità che un tempo erano alleate. Come il 25 aprile, Festa della Liberazione, che ha visto lo scontro tra alcuni esponenti della Comunità ebraica e dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (Anpi). Un epilogo che ha spinto il figlio di Liliana Segre, Luciano Belli Paci, a chiedersi se tenere o meno la tessera dell’Anpi. Un fraintendimento ideologico alimentato dai governi, che ha portato i vecchi amici a credere di essere rivali.
Seguite La Sintesi sui nostri social!
