giovedì 13 Agosto 2026
Sciopero dei lavoratori della cultura. ANSA_Alessandro Di Marco

Miliardi per le armi, tagli alla cultura: le priorità del governo Meloni

Venerdì 12 giugno c'è stato il primo sciopero unitario dei lavoratori di cultura e spettacolo. Nei prossimi tre anni oltre 400 milioni in meno per il settore. I soldi per la guerra invece non mancano mai

Di Giustino Marai
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Il primo sciopero nazionale della cultura ha riportato al centro una contraddizione sempre più evidente: mentre musei, biblioteche, archivi, teatri ed editoria convivono con tagli, precarietà e salari bassi, la spesa militare continua a crescere.
In un’analisi pubblicata su il manifesto, Matteo Bortolon osserva come la compressione dei destinati alla cultura e l’espansione delle risorse riservate alla difesa delineino con chiarezza, e al di là di ogni retorica mistificatoria, le priorità del governo.

Il primo sciopero unitario della cultura

Venerdì 12 giugno hanno scioperato insieme, per la prima volta, dipendenti di musei, biblioteche, archivi e teatri, lavoratori autonomi dell’editoria, dello spettacolo e della produzione artistica. Presidi e chiusure hanno interessato diverse città: agli Uffizi è rimasto chiuso un intero piano, mentre alla Biennale di Venezia non hanno aperto una decina di padiglioni.
Maurizio ha spiegato che la mobilitazione rivendica «il riconoscimento della dignità economica e professionale» e denuncia «i tagli alla spesa culturale, la precarietà strutturale, i salari bassi e le tutele insufficienti». Le attiviste di “Mi Riconosci?” hanno sintetizzato il punto: «Non c’è tutela e non c’è valorizzazione del patrimonio culturale senza salari adeguati per chi ci lavora. Si alzino i salari, non i biglietti».

Previsti ulteriori tagli

Secondo i dati richiamati da Bortolon, il complessivo del settore culturale oscilla tra i 10 e i 12 miliardi di euro. Il governo ha però programmato una riduzione di oltre 190 milioni per il , alla quale dovrebbero aggiungersi altri tagli: 65 milioni nel 2027 e 158 milioni nel 2028.
La cultura continua così a essere celebrata nei discorsi istituzionali, ma trattata nei bilanci come una voce sacrificabile.
Nel 2015, dopo che un’assemblea dei lavoratori causò la momentanea chiusura del Colosseo e dei Fori imperiali, l’allora ministro della Cultura Franceschini e il governo Renzi intervennero con un decreto che rese musei, biblioteche e pubblici essenziali; evidentemente lo sono soltanto quando si tratta di limitare i dei lavoratori, non quando bisogna stanziare i fondi.

L’impennata delle spese militari

Il divario tra la spesa per la cultura e quella per la difesa è sempre più ampio. Nel 2022 l’Italia spendeva circa 11 miliardi per la cultura e 29 miliardi per il comparto militare. Quest’ultima voce è salita a 45 miliardi nel 2025 e dovrebbe avvicinarsi 64 miliardi nel 2026.
Una parte dell’aumento deriva dalla riclassificazione di spese già esistenti, utilizzata per raggiungere formalmente l’obiettivo Nato del 2% del Pil. Ma gli impegni europei e atlantici prospettano ulteriori incrementi, fino alla richiesta di destinare alla difesa il 5% del prodotto interno lordo. Anche un semplice avvicinamento a quella soglia, osserva Bortolon, sottrarrebbe inevitabilmente risorse a e cultura.
E a questa valanga di miliardi vanno aggiunti i fondi destinati all’Ucraina, anch’essi in larga parte utilizzati per forniture militari.

Una scelta politica

Il confronto rivela una gerarchia di priorità: da una parte si accetta che chi custodisce, produce e diffonde cultura lavori in condizioni precarie; dall’altra si reperiscono rapidamente decine di miliardi per grottesche dimostrazioni di forza che causano ulteriori tensioni e spargimenti di sangue in tutto il mondo.
Restituire centralità alla cultura significa riconoscere il valore professionale di chi vi lavora, finanziare stabilmente servizi e istituzioni e sottrarre il patrimonio pubblico alla sola logica del profitto. Non un da proteggere quando avanzano risorse ma, appunto, un servizio pubblico essenziale.

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