lunedì 25 Maggio 2026

Pena di morte: nel 2025 esecuzioni mai così alte da quasi mezzo secolo

Il report di Amnesty International fotografa un picco di giustiziati mai visto dal 1981, trainato dai reati di droga

Da Alessio Matta
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Un balzo all’indietro nel tempo che cancella anni di passi avanti sul fronte dei diritti umani. Il pianeta si riscopre più violento e intollerante, schiacciato dall’azione di una cerchia ristretta di governi che usa il patibolo come uno strumento di controllo e di sottomissione. È quanto emerge dall’ultimo rapporto annuale Amnesty International e descrive un panorama cupo, dove la vita umana perde valore di fronte alla necessità dei regimi di riaffermare la propria autorità.

Una spirale di violenza senza precedenti

Il quadro delineato dal resoconto annuale sulla pena capitale mostra che l’anno passato ha registrato il valore più alto dal 1981. Sono 2707 le persone che hanno perso la vita per mano dello Stato in 17 nazioni. Questo picco preoccupante evidenzia un incremento del 78 per cento rispetto ai 1518 casi certificati nel periodo precedente.

Al vertice di questa triste graduatoria si colloca Teheran, che ha accelerato l’attività dei propri patiboli privando della vita almeno 2159 individui, una cifra raddoppiata nel giro di dodici mesi. Anche l’Arabia Saudita mostra numeri in forte ascesa con 356 casi, mentre il Kuwait ha triplicato i propri verdetti fatali. La tendenza al rialzo coinvolge pure Singapore, l’Egitto e Washington, dove i casi sono passati da 25 a 47. Il bilancio complessivo omette il volume dei provvedimenti che si ipotizza avvengano in Cina, territorio che detiene il primato globale per l’applicazione della sanzione suprema.

Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, ha commentato la situazione con durezza: “Questo allarmante aumento nell’uso della pena di morte si deve a un piccolo, isolato gruppo di stati intenzionati a ricorrere alle esecuzioni a ogni costo nonostante la costante tendenza globale verso l’abolizione.”

Il pretesto del narcotraffico

Il motore principale di questo incremento va rintracciato nella reintroduzione di risposte severe e intransigenti contro il traffico di stupefacenti. Quasi la metà delle esecuzioni accertate dall’organizzazione riguarda crimini legati alla droga. La repressione ha colpito in modo duro a Riad con 240 episodi, a Teheran con 998 casi, oltre che a Singapore e in Kuwait. Al contempo, i parlamenti di Algeria, Maldive e dello stesso Kuwait hanno modificato le proprie norme per estendere il perimetro della sanzione estrema a questo genere di illeciti.

 Il Burkina Faso valuta di ripristinarla per reati di spionaggio e terrorismo, e il Ciad ha aperto una commissione per studiarne il ritorno. Nonostante queste spinte contrarie, la pratica resta concentrata nelle mani di un ristretto gruppo di dieci paesi che include anche Iraq, Somalia e Vietnam, i quali ignorano le tutele imposte dal diritto internazionale.

I segnali di speranza per il futuro

L‘Europa e l’Asia Centrale rimangono aree libere da sentenze capitali. Gli Stati Uniti si confermano l’unico territorio delle Americhe a praticare le esecuzioni, concentrate per metà in Florida. I segnali positivi arrivano dai progressi normativi: se nel 1977 i territori abolizionisti erano solo 16, oggi sono saliti a 113. Il Vietnam ha escluso otto reati dal ventaglio della pena capitale, il Gambia l’ha cancellata per l’omicidio, e in Alabama è arrivata la grazia storica per Rocky Myers, il primo cittadino afroamericano del braccio della morte a riceverla.

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