“Continua opposizione alla tassa sui servizi digitali italiana, così come alle azioni aggressive di controllo fiscale contro le aziende straniere”. Da Washington il messaggio è diretto e senza giri di parole. “Confronto costruttivo tra partner strategici”. Dal ministero dell’Economia italiano, invece, arriva una linea più morbida. Due frasi, due toni diversi, che raccontano bene la distanza emersa durante l’incontro tra il ministro Giancarlo Giorgetti e il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent. Le strette di mano e le foto ufficiali non bastano a nascondere il nodo politico. A Washington si è parlato di molti temi, ma il punto più sensibile resta la web tax, la tassa italiana che colpisce i ricavi delle grandi piattaforme digitali.
Durante il colloquio, l’amministrazione americana ha ribadito la sua contrarietà alla misura, considerata penalizzante per le aziende straniere, in gran parte statunitensi. Non solo. Gli Stati Uniti criticano anche le verifiche fiscali verso queste società, giudicate troppo dure e mirate.
Una presa di posizione che suona come uno schiaffo politico. Washington difende i suoi colossi tecnologici e non intende arretrare su un terreno che riguarda interessi economici enormi. Il rischio, se la tensione dovesse crescere, è quello di nuovi attriti commerciali o di pressioni nei negoziati internazionali sulla tassazione delle multinazionali digitali.
Da parte italiana, però, la scelta è quella di abbassare i toni. Giorgetti punta a evitare uno scontro aperto con un alleato centrale e prova a tenere la discussione su un piano tecnico e diplomatico. La partita sulla web tax, infatti, non si gioca solo tra Roma e Washington, ma anche nei tavoli europei e in quelli dell’Ocse.
Due versioni dello stesso incontro. Gli Stati Uniti parlano con fermezza. L’Italia minimizza e prova a guadagnare tempo. Una distanza politica che resta, anche dietro le strette di mano.
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