«L’oscillazione della guerra si è spostata verso una guerra economica su larga scala». Così il governatore di Asaluyeh, Eskandar Pasalar, ha commentato i raid contro gli impianti iraniani di South Pars, attribuiti a un’azione coordinata tra Israele e Stati Uniti. Pasalar ha parlato di «suicidio politico» e di «nuova fase delle equazioni di guerra», avvertendo che «la sicurezza energetica nella regione ha raggiunto il punto zero».
Secondo fonti citate da Axios, l’attacco sarebbe stato approvato dall’amministrazione Trump.
L’impianto di South Pars
South Pars è il più grande giacimento di gas naturale al mondo e garantisce circa il 40% della produzione iraniana. Colpire quell’infrastruttura significa intervenire direttamente sul cuore energetico del paese e dell’intera regione. I raid hanno interessato serbatoi e impianti collegati alla base di Asaluyeh, snodo strategico nel Golfo Persico.
Per Teheran si tratta di «un crimine di guerra che non resterà impunito», mentre le Guardie Rivoluzionarie hanno minacciato di rispondere agli attacchi prendendo di mira a propria volta siti petrolchimici nei paesi del Golfo. A rischio raffinerie e complessi come SAMREF e Jubail in Arabia Saudita, Al Hosn negli Emirati e Ras Laffan e Mesaieed in Qatar.
I timori dei Paesi del Golfo
Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al-Ansari, ha condannato il raid definendolo «un passo pericoloso e irresponsabile» e «una minaccia per la sicurezza energetica globale, oltre che per le popolazioni e l’ambiente della regione». Sulla stessa linea gli Emirati Arabi Uniti.
Intanto, secondo diverse fonti, i Paesi del Golfo stanno cercando una via d’uscita diplomatica: a Riad è previsto un vertice tra ministri degli Esteri di Paesi arabi e a maggioranza musulmana, che si preannuncia «più urgente e più teso» alla luce degli ultimi sviluppi. Sullo sfondo resta la pressione iraniana sullo stretto di Hormuz, snodo cruciale per il transito di circa un quinto del petrolio mondiale.
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