Ci siamo. Tra poche ore gli elettori americani saranno chiamati alle urne per una tornata di Midterm che ha ormai assunto i contorni di un vero e proprio referendum sull’operato dell’amministrazione guidata da Donald Trump. In palio c‘è l’intero assetto istituzionale di Washington: la totalità dei 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e 35 seggi del Senato (compresi i collegi speciali di Florida e Ohio).
La consultazione arriva in un momento di estrema polarizzazione politica e di forte sofferenza economica. Le rilevazioni della vigilia realizzate dai principali istituti demoscopici — da CNN e The New York Times a Marist Poll — confermano che le preoccupazioni quotidiane dominano le scelte dell’elettorato. Il costo della vita e l’inflazione figurano in cima alle priorità per il 34% degli intervistati, seguiti a brevissima distanza dal tema della tenuta delle istituzioni democratiche (33%) e della gestione dei flussi migratori (12%). L’indice di gradimento dell’esecutivo scivola in territorio nettamente negativo, mentre sul voto generico per il Congresso i candidati democratici mantengono un margine di vantaggio sul piano nazionale.
La spina della Camera e l’ombra del veto presidenziale
A fare più paura all’entourage di Palazzo Chigi e ai vertici del Partito Repubblicano è la situazione alla Camera dei Rappresentanti. I conservatori difendono una maggioranza al lumicino (219 seggi a 214): ai Democratici basterebbe un guadagno netto di appena 4 seggi per strappare lo scettro di Speaker e conquistare il controllo dei lavori d’aula. Un “ribaltamento” della Camera paralizzerebbe l’agenda legislativa della destra, bloccando le riforme fiscali e aprendo la strada a un’ondata di inchieste parlamentari, poteri di citazione (subpoena) e aspre battaglie sul tetto del debito.
Più complessa la scalata al Senato, dove i Repubblicani difendono un tesoretto di 53 seggi contro i 47 dell’opposizione. Con il voto decisivo del vicepresidente JD Vance a fare da ago della bilancia in caso di parità perfetta, i progressisti dovrebbero strappare almeno 4 seggi per ribaltare la camera alta e bloccare così le nomine giudiziarie e quelle dei vertici delle agenzie federali.
Consapevole del rischio di stallo, Trump ha già iniziato a muovere le sue pedine retoriche. Incalzato dai giornalisti sulla prospettiva di una coabitazione con un Congresso d’opposizione, il presidente ha risposto ostentando sicurezza ma minacciando il pugno di ferro: «Troveremo un modo. Guardate, ho un forte potere di veto. Spero che non si arrivi a questo».
Lo spettro dei brogli: «Riconoscerò la sconfitta solo se elezioni oneste»
A incendiare gli ultimi comizi elettorali è stata tuttavia la presa di posizione del tycoon sulla regolarità del voto. Interrogato direttamente sulla disponibilità a riconoscere un eventuale successo dei Democratici e l’immediata perdita della maggioranza a Capitol Hill, Trump ha piazzato la consueta clausola di salvaguardia, scatenando la reazione delle opposizioni:
«Lo farò, se saranno elezioni oneste».
Un’affermazione che riporta immediatamente la memoria ai veleni delle precedenti consultazioni e che rischia di trasformare la notte dello spoglio in una nuova battaglia legale e mediatica. Tra i dati curiosi di questa tornata segnata dal voto anticipato e postale di milioni di americani — tra cui figurano anche elettori illustri iscritto ai registri esteri come Papa Leone — le urne si preparano a consegnare un verdetto che cambierà per sempre gli ultimi anni del mandato presidenziale.
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