giovedì 13 Agosto 2026
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Giorgia Meloni e Fdi hanno fatto dell’identità nazionale una bandiera, ma davanti alla banca più antica del mondo viene ammainata dai sovranisti

Il Governo ha imposto condizioni su Pirelli e sull’offerta di UniCredit per Banco BPM, è entrato nella partita della rete TIM, ha negoziato il futuro di ITA Airways e sostenuto il polo siderurgico di Terni. Su Banca Monte dei Paschi di Siena, salvata con oltre sette miliardi di risorse pubbliche e ancora partecipata dallo Stato, rivendica invece la neutralità. Che cosa è cambiato: l’interesse nazionale, la banca o la posizione di chi governa?

Di Sharon Costa
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Prosegue l’inchiesta di LaSintesi.online sull’offerta pubblica di acquisto e scambio promossa da Intesa Sanpaolo sulla totalità delle azioni di Banca Monte dei Paschi di Siena (leggi qui le puntate precedenti). Nei primi articoli di questa inchiesta pubblicati su LASINTESI.ONLINE, abbiamo ricostruito l’architettura dell’operazione, seguito la catena che da MPS conduce a Mediobanca e da Mediobanca ad Assicurazioni Generali, quindi misurato la concentrazione di , credito, utili, reti distributive e titoli pubblici che potrebbe derivarne. Nei prossimi giorni entreremo nel corrispettivo destinato agli azionisti, nell’assenza di una due diligence completa, nelle sinergie promesse e nelle ricadute su filiali, lavoro e fisco. Oggi, però, occorre analizzare una questione che non nasce da una formula giuridica, ma da parole che Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia hanno trasformato in IDENTITÀ – SOVRANITÀ – NAZIONALE. Per anni FdI ha sostenuto che il mercato non possa essere l’unico giudice quando sono in gioco imprese strategiche, infrastrutture, filiere produttive e luoghi nei quali si decide il futuro economico del Paese. È un principio che ha dato forza a campagne elettorali, programmi e discorsi pubblici; proprio per questo non può essere riposto in un cassetto quando applicarlo impone una scelta scomoda. Se l’interesse nazionale vale soltanto finché non disturba il mercato, non è una linea politica: è scenografia.

Alla conferenza programmatica di Fratelli d’Italia del 2022, una delle sessioni alle quali partecipò Ignazio La Russa, allora vicepresidente del Senato e oggi presidente di Palazzo Madama, portava un titolo che non lasciava margini: «Indipendenza è difesa dell’interesse nazionale». Nello stesso impianto, economica, sicurezza delle filiere e permanenza dei centri decisionali venivano presentate come parti della sovranità. Non si tratta, dunque, di attribuire oggi al partito un vocabolario utile alla polemica; è il vocabolario scelto da FdI, con il quale ha chiesto agli italiani i voti per governare, e ora lo stesso vocabolario dovrebbe incontrare la del Monte dei Paschi di Siena.

Anche Giorgia Meloni conosce bene il valore politico di Monte dei Paschi di Siena. Nel 2021, quando si discuteva della possibile cessione a UniCredit, denunciò il rischio di una vendita «a prezzi di saldo», richiamò il costo sopportato dai contribuenti e chiese garanzie per la banca, per Siena e per gli italiani. Allora MPS era più fragile, meno redditizia e ancora schiacciata dal peso della crisi; eppure la leader dell’opposizione pretendeva dal una posizione politica, per salvaguardare l’istituto, i dipendenti e il territorio. Cinque anni dopo, con la banca tornata all’utile, capace di distribuire dividendi e collocata al centro del più vasto riassetto finanziario italiano, la presidente del Consiglio guida un esecutivo che si dichiara neutrale. Non è cambiata la storia dell’istituto, né si è dissolto il denaro dei contribuenti. È cambiato il punto dal quale quella storia viene osservata.

Per comprendere il peso della contraddizione bisogna tornare all’origine, perché Monte dei Paschi di Siena non è un’impresa finanziaria che per un accidente geografico ha sede in Toscana. Nel 1472, sotto l’autorità delle magistrature della Repubblica di Siena, venne istituito il Monte Pio per offrire credito alle fasce più deboli della popolazione e contrastare l’usura in una fase difficile per l’economia locale. Non fu una banca arrivata in città: fu una banca generata dalla città, nata dall’idea che il credito non dovesse essere soltanto un’attività commerciale, ma anche una risposta a una necessità sociale. Da quel nucleo si è sviluppata l’istituzione bancaria ancora in attività più antica del mondo, sopravvissuta a Stati, guerre, crisi e rivoluzioni del sistema finanziario continuando a portare Siena nel proprio nome.

Quel legame non è custodito soltanto nello stemma, negli archivi o nelle pietre di Rocca Salimbeni. Vive nell’esistenza, a Siena, di un centro capace di amministrare una grande banca, formare professionalità, conoscere il tessuto produttivo e assumere decisioni che ricadono sul territorio. Un marchio può essere conservato anche quando tutto ciò che gli dava sostanza è stato trasferito altrove; proprio per questo lasciare l’insegna e svuotare il centro decisionale non significa proteggere un’identità, ma imbalsamarla. La distinzione diventa decisiva davanti a un’operazione che non prevede soltanto il passaggio del controllo: Intesa Sanpaolo acquisirebbe MPS, ne tratterrebbe una parte e trasferirebbe un secondo perimetro a Unipol, destinato poi a essere integrato nel sistema BPER. Il nome potrebbe sopravvivere, ma la banca autonoma e unitaria cesserebbe di esistere.

Prima però, occorre ricordare chi assunse il rischio quando nessun privato volle farlo. Nel 2017 la Commissione europea autorizzò una ricapitalizzazione precauzionale da 5,4 miliardi di euro: circa 3,9 miliardi furono destinati alla sottoscrizione di nuove azioni e fino a 1,5 miliardi al ristoro degli investitori al dettaglio coinvolti nel burden sharing. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) arrivò così a detenere il 68,25 per cento del capitale. Cinque anni dopo, nell’aumento da 2,5 miliardi realizzato da MPS nel 2022, il Tesoro sottoscrisse altri 1,606 miliardi. Considerati insieme, i due interventi portarono l’impegno pubblico complessivo a 7,006 miliardi di euro.

Le componenti non hanno la stessa natura contabile, e confonderle sarebbe scorretto: gli 1,5 miliardi destinati ristori non furono capitale versato nella banca, mentre gli interventi del 2017 e del 2022 rispondevano a fasi e finalità differenti. Eppure, se la domanda riguarda la quantità di risorse pubbliche impiegate per salvare, stabilizzare e accompagnare il risanamento di MPS, nessuna di quelle somme può evaporare. Sono denaro dello Stato, uscito in una vicenda nella quale il mercato aveva già scelto di non sostenere il rischio; senza l’intervento del 2017, gli utili, i dividendi e il valore che oggi attirano l’offerente non esisterebbero nelle forme attuali.

Il risanamento, nel frattempo, ha restituito redditività a MPS, la quale ha deliberato dividendi sui risultati del 2023 e del 2024 e su quello del 2025, per poco più di quattro miliardi di euro. Il MEF, per la partecipazione, avrebbe incassato dividendi per circa 338 milioni di euro complessivi nei tre esercizi. Il dato politico, al netto di ogni arrotondamento, è il rovesciamento avvenuto sotto gli occhi del Paese: la banca rappresentata per anni come un pozzo senza fondo è tornata a produrre utili, cassa e valore patrimoniale.

Mentre MPS recuperava redditività, il Tesoro vendeva. Nel novembre 2023 il MEF ha ceduto il 25 per cento della banca incassando circa 920 milioni di euro; nel marzo 2024 ha collocato un ulteriore 12,5 per cento per circa 650 milioni; nel novembre dello stesso anno ha venduto un altro 15 per cento per circa 1,1 miliardi. Le tre operazioni hanno prodotto complessivamente 2,668 miliardi di euro e, sommando i dividendi stimati, il denaro effettivamente recuperato dallo Stato raggiunge circa 3,006 miliardi. Resta una partecipazione del 4,863 per cento, il cui valore dipende dalla e dalle condizioni alle quali sarà eventualmente ceduta.

È su questa quota che, il 18 giugno 2026, davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, finanziario e assicurativo, il ministro dell’Economia ha costruito il passaggio destinato a diventare il centro politico della vicenda. Nel ribadire la neutralità del Governo sull’OPAS e la disponibilità del Tesoro a uscire alle migliori condizioni di mercato, il ministro ha ricordato i circa 2,6 miliardi ottenuti dalle cessioni e attribuito alla partecipazione residua un valore teorico compreso fra 1,5 e 1,6 miliardi. Il totale arriverebbe così a circa 4,2 miliardi, messo a confronto con gli 1,606 miliardi sottoscritti dallo Stato nell’aumento di capitale del 2022. Il ministro ha presentato la gestione delle vendite come un successo e ha dichiarato che l’investimento più recente di denaro pubblico dei contribuenti fosse stato ampiamente recuperato.

La fotografia, però, è stata tagliata. Nel resoconto esposto da Giorgetti sono indicati soltanto gli investimenti del 2022, mentre i 5,4 miliardi del 2017 rimangono fuori campo. Non sappiamo se si sia trattato di una semplificazione, di una scelta consapevole del perimetro o di un’omissione; attribuire un’intenzione senza una prova trasformerebbe un dato verificabile in un’accusa gratuita. L’effetto, invece, è certo: spostare in avanti di cinque anni il punto di partenza modifica l’aritmetica e, insieme all’aritmetica, il racconto politico. Se si vuole misurare soltanto il rendimento dell’aumento del 2022, il confronto del ministro è leggibile; se lo si usa per descrivere quanto i contribuenti abbiano recuperato dall’intera presenza dello Stato in MPS, diventa incompleto proprio nel punto in cui il denaro pubblico fu più necessario.

Usando perfino il valore più favorevole richiamato dal ministro, il quadro complessivo cambia. Ai 7,006 miliardi impegnati si contrappongono 2,668 miliardi incassati dalle cessioni, circa 338 milioni di dividendi e una quota residua valutata teoricamente 1,6 miliardi: il valore recuperato o ancora recuperabile ammonta così a circa 4,606 miliardi di euro, lasciando una distanza di circa 2,4 miliardi. Non è una perdita definitiva, perché la partecipazione residua può aumentare o diminuire di valore, produrre altri dividendi o essere ceduta a condizioni differenti; inoltre, la natura dei ristori del 2017 non coincide con quella di un investimento azionario. Ma non è neppure il trionfo contabile che emerge facendo partire il cronometro dal 2022. Un valore di Borsa non è denaro incassato e un rendiconto con cinque anni mancanti non è il rendiconto dell’intera operazione: è la sua versione politicamente più conveniente.

Il punto, dunque, non è mettere in dubbio che il Tesoro abbia venduto bene le quote collocate dal 2023 in poi, né sostenere che ogni euro pubblico dovesse necessariamente rientrare attraverso la sola partecipazione azionaria. Il punto è quale domanda si decide di porre. Se si chiede quanto abbia reso l’aumento del 2022, Giorgetti può rivendicare una rivalutazione molto consistente; se si chiede quale sia il bilancio della presenza pubblica, non si può cominciare dall’anno che consente di mostrare il successo e cancellare quello nel quale i contribuenti si assunsero il rischio abbandonato dai privati. Non è un errore di somma: è una scelta di cornice, e la cornice determina ciò che il pubblico vede e ciò che è indotto a dimenticare.

Da qui nasce la decisione che il Governo continua a non spiegare. Restare azionista di una MPS autonoma permetterebbe al Tesoro di partecipare ai dividendi futuri e all’eventuale crescita di valore della quota; uscire consentirebbe di monetizzare oggi, rinunciando però a quei benefici potenziali. Nessuna delle due strade garantisce automaticamente il recupero integrale delle risorse pubbliche, e gli impegni assunti con le istituzioni europee escludono l’idea di una nazionalizzazione permanente. Quegli impegni non vietano, tuttavia, di scegliere tempi e modalità della dismissione, valutare le conseguenze dell’OPAS, chiedere garanzie e indicare quale assetto del sistema bancario l’esecutivo ritenga coerente con l’interesse nazionale. Essere azionista e governare sono funzioni differenti: come azionista il MEF deve proteggere il valore della quota; come Governo deve considerare concorrenza, risparmio, credito alle imprese, occupazione, territori e distribuzione del potere economico. Ridurre tutto al prezzo significa confondere l’incasso dello Stato con l’interesse dello Stato.

La neutralità rivendicata davanti a Monte dei Paschi appare ancora meno naturale se confrontata con il comportamento tenuto dallo stesso Governo in altri dossier. Nel giugno 2023 l’esecutivo ha esercitato il Golden Power su Pirelli, imponendo prescrizioni per proteggere l’autonomia societaria, le tecnologie sensibili e le informazioni strategiche; nell’aprile 2025 ha utilizzato i poteri speciali sull’offerta di UniCredit per Banco BPM, subordinando l’operazione a condizioni specifiche. Nell’agosto 2023 il ha autorizzato il MEF a entrare nella società destinata a detenere la rete fissa di TIM, riconoscendo il carattere strategico dell’infrastruttura; nella privatizzazione di ITA Airways, il Tesoro ha negoziato l’ingresso di Lufthansa, conservando inizialmente la maggioranza e diritti di governo societario.

Anche nel polo siderurgico di Terni il mercato non è stato contemplato da bordo campo: ministeri, Regione Umbria, e Invitalia hanno partecipato all’accordo di programma per la messa in sicurezza, la riconversione e il rilancio di Acciai Speciali Terni. Sono casi diversi, regolati da strumenti differenti e non sovrapponibili in modo meccanico; alcuni riguardano i poteri speciali, altri una partecipazione pubblica, una privatizzazione negoziata o un accordo industriale. Proprio questa diversità rende più visibile il principio politico che li accomuna: quando il Governo riconosce un interesse strategico, interviene, tratta, prescrive e si assume la responsabilità di una scelta. Davanti a MPS, invece, la rinuncia a indicare una direzione viene presentata come virtù istituzionale.

La spiegazione più immediata è che Intesa Sanpaolo sia un gruppo italiano e che il Golden Power sia stato concepito anzitutto per proteggere gli attivi strategici dalle minacce esterne. Ma la nazionalità dell’offerente non esaurisce la questione, perché la sovranità economica non si misura soltanto lungo il confine fra capitale italiano e capitale straniero: si misura anche nel numero e nella distribuzione dei luoghi nei quali vengono assunte le decisioni. Un Paese può mantenere formalmente italiane le proprie imprese e, nello stesso tempo, concentrare credito, risparmio, reti distributive e potere negoziale in un numero sempre più ristretto di gruppi. Non serve un compratore straniero perché un territorio perda autonomia; basta che il centro decisionale venga trasferito altrove.

Il decreto-legge n. 21 del 2012 e il DPCM n. 179 del 2020 ricomprendono, entro presupposti e perimetri specifici, attività di rilevanza strategica nei settori finanziario, creditizio e assicurativo. Ciò non significa che il Governo possa bloccare automaticamente l’OPAS invocando l’interesse nazionale, né che le operazioni su Pirelli o Banco BPM costituiscano precedenti da applicare senza distinzione. Significa che l’esecutivo può verificare formalmente se l’operazione coinvolga interessi essenziali, se la regolazione ordinaria sia sufficiente a proteggerli e se esistano i presupposti per prescrizioni compatibili con il quadro europeo. Lo stesso Giorgetti ha richiamato la possibilità di condizioni sulla concorrenza territoriale e sull’assistenza alle piccole e medie imprese; ciò che manca non è dunque la consapevolezza astratta degli strumenti, ma l’indicazione pubblica di ciò che il Governo considera irrinunciabile.

Il progetto industriale annunciato dall’offerente Intesa Sanpaolo manterrebbe Mediobanca, il relativo marchio, la partecipazione in Assicurazioni Generali, circa 625 filiali MPS e le attività considerate maggiormente strategiche; un secondo perimetro, composto da circa 635 filiali, dalle relative attività, dal marchio storico e da gran parte delle strutture centrali necessarie a operare come banca, sarebbe ceduto a Unipol e successivamente integrato nel sistema BPER. Secondo le stime dell’offerente, il perimetro trattenuto rappresenterebbe circa l’80 per cento del risultato netto 2025 di MPS e Mediobanca. Il dato rivela la gerarchia dell’operazione meglio di qualsiasi presentazione: da una parte finirebbero il cuore finanziario più redditizio, Mediobanca e la partecipazione in Generali; dall’altra il marchio e una parte consistente della rete.

MPS verrebbe acquistata per essere divisa, e il punto non cambia se la divisione viene presentata come fonte di efficienza, solidità o maggiore capacità di investimento. Sono argomenti industriali legittimi, così come è legittimo sostenere che la scala di Intesa Sanpaolo e l’integrazione della rete nel sistema UnipolBPER possano produrre benefici; ma allora l’operazione deve essere chiamata con il suo nome. Non è la tutela dell’autonomia di Monte dei Paschi, bensì la distribuzione delle sue attività fra soggetti diversi, con centri decisionali definiti altrove. Anche il mantenimento del marchio non risolve la contraddizione: un’insegna non decide il credito, non amministra le partecipazioni, non sceglie gli investimenti e non protegge le competenze. L’identità senza autonomia è marketing.

Lo stesso vale per il lavoro. Il piano parla di 6.800 uscite aggiuntive esclusivamente volontarie, compensate da altrettante assunzioni di giovani, fra le quali circa 2.700 Global Advisor. Non vengono annunciati licenziamenti obbligatori, e trasformare quelle uscite in espulsioni sarebbe scorretto; tuttavia, la coincidenza numerica fra persone in uscita e nuovi ingressi non dimostra una continuità professionale o territoriale. Questo argomento sarà affrontato nei prossimi giorni, con un articolo dedicato che la nostra redazione Economia e Finanza sta preparando.

Questi temi rappresentano la ragione per cui Siena ha posto domande che Roma continua a evitare. Il 24 giugno 2026 il Consiglio comunale di Siena ha approvato all’unanimità, con 27 consiglieri presenti, una mozione per la salvaguardia di Monte dei Paschi di Siena e del suo legame con la città. L’atto chiede un tavolo interistituzionale permanente e indica priorità concrete: tutela dell’occupazione e delle competenze; mantenimento a Siena della sede legale e delle funzioni direzionali, strategiche e operative; continuità del credito a famiglie e piccole e medie imprese; protezione del marchio e del patrimonio storico, artistico e archivistico. Non è nostalgia municipale, ma la richiesta di sapere quali elementi sopravvivranno all’operazione quando le presentazioni saranno finite e le decisioni dovranno essere eseguite.

Il 16 luglio, la sindaca Nicoletta Fabio ha trasmesso formalmente la deliberazione a Giancarlo Giorgetti e alle principali istituzioni e autorità nazionali. Al MEF ha chiesto di verificare i presupposti per l’esercizio dei poteri speciali; all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM) di analizzare gli effetti territoriali sulla concorrenza, sull’accesso al credito e sulla pluralità dell’offerta; alla Commissione nazionale per le società e la Borsa (Consob) di vigilare sulla completezza e comparabilità delle informazioni destinate agli azionisti. L’unanimità del voto rende difficile liquidare l’iniziativa come una battaglia di parte: maggioranza e opposizione locali hanno formulato insieme la stessa domanda, mentre dal Governo non è ancora arrivata una risposta altrettanto precisa.

La Costituzione non impone di conservare ogni impresa nella forma esistente e non offre una soluzione automatica all’OPAS. L’articolo 41 tutela l’iniziativa economica privata e ne stabilisce i limiti; l’articolo 47 affida alla Repubblica la tutela del risparmio e la disciplina, il coordinamento e il controllo dell’esercizio del credito. Sono principi che lasciano spazio al mercato, ma impediscono di fingere che credito e risparmio siano materie politicamente neutre. Le autorità indipendenti svolgeranno le rispettive istruttorie: l’AGCM sui profili concorrenziali, la Banca centrale europea (BCE) e la Banca d’Italia su quelli prudenziali, la Consob sull’informazione al mercato, l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni (IVASS) sugli equilibri assicurativi. Nessuna di esse, però, può sostituire il Governo nella definizione politica dell’interesse nazionale proclamato dalla maggioranza, e del relativo slogan identitario nazionalista.

L’esecutivo potrebbe chiedere impegni verificabili sul mantenimento a Siena delle funzioni direzionali e delle competenze, sulla tutela dell’occupazione, sulla presenza nei territori e sulla continuità del credito; potrebbe fissare scadenze, controlli e conseguenze in caso di mancato rispetto, oppure spiegare perché consideri sufficienti le garanzie già offerte. Potrebbe persino sostenere, assumendosene la responsabilità, che la concentrazione sia utile al Paese e che l’autonomia di MPS valga meno dei benefici industriali attesi. Ciò che non può fare è proclamarsi neutrale come se lo Stato non avesse investito miliardi, non fosse ancora azionista e non disponesse di strumenti per valutare gli effetti dell’operazione. La neutralità, dopo il salvataggio e davanti alla divisione della banca, non è assenza di scelta: è la scelta di lasciare che prevalga il progetto di chi ha già deciso che cosa vuole ottenere.

Non occorre inventare patti segreti, contropartite politiche o accordi occulti per rendere questa vicenda inquietante. Nel confronto esposto da Giorgetti, non compare l’investimento di denaro dei contribuenti del 2017; il Governo non indica condizioni irrinunciabili; la retorica della sovranità si arresta davanti alla banca che più di ogni altra porta nel nome, nella storia e nella proprietà pubblica una questione di interesse nazionale. L’oscurità non sta in ciò che possiamo immaginare, ma in ciò che chi governa potrebbe spiegare e continua a lasciare senza risposta.

Nel prossimo articolo entreremo nel cuore industriale e finanziario dell’offerta: l’acquisizione di una banca valutata senza una due diligence completa sulla società bersaglio, le sinergie promesse, gli oneri di integrazione e le incognite che potrebbero emergere soltanto dopo l’operazione. Per oggi resta una cifra, e con essa una responsabilità politica: i 5,4 miliardi del 2017 possono essere lasciati fuori dal confronto scelto da un ministro, ma non possono essere cancellati dalla storia che ha restituito valore a MPS. Se la bandiera dell’interesse nazionale vale davvero, il Governo deve spiegare perché la ammaina proprio a Siena, davanti alla banca che lo Stato ha salvato quando il mercato era già fuggito.

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