giovedì 13 Agosto 2026
OPAS Intesa Sanpaolo Monte dei Paschi di Siena Mps

Mps fu salvata e risanata con denaro pubblico. Ora che produce utili, il governo si dichiara neutrale sull’Opas

Poco più di sette miliardi di denaro pubblico hanno accompagnato Monte dei Paschi di Siena fuori dalla crisi. Giorgia Meloni, allora all’opposizione, denunciava i salvataggi bancari scaricati sui contribuenti. Oggi Giancarlo Giorgetti rivendica la neutralità del Governo, mentre Intesa Sanpaolo punta al cuore più redditizio della banca più antica del mondo

Di Redazione
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Continua l’inchiesta di sull’offerta pubblica di acquisto e scambio promossa da Intesa Sanpaolo sulla totalità delle azioni di Banca MPS. Nell’articolo d’apertura abbiamo ricostruito l’OPAS. Nel secondo abbiamo analizzato il peso che il nuovo gruppo assumerebbe attraverso Mediobanca e Assicurazioni Generali. Ieri abbiamo seguito il denaro degli italiani lungo il percorso che collega risparmio, credito, assicurazioni e pubblico, fino ai rapporti con la politica (leggi qui le puntate precedenti).

Domani analizzeremo la dell’identità nazionale, sulla quale Fratelli d’Italia ha costruito una parte essenziale della propria narrazione politica, e il fatto che non sia stata invocata davanti al possibile smembramento della banca più antica del mondo. Nei giorni successivi affronteremo il corrispettivo offerto ai piccoli azionisti e l’assenza di una due diligence, il destino delle filiali, la sorte dei lavoratori, le sinergie promesse dal capitalismo finanziario e gli effetti fiscali dell’operazione. Verificheremo infine chi abbia esaminato davvero le conseguenze dell’OPAS, chi avrebbe dovuto vigilare e chi abbia preferito rimanere alla finestra — o sotto l’ombrellone.

Oggi torniamo all’origine di questa storia. Prima dell’offerta di Intesa Sanpaolo, valutata 30,6 miliardi di euro al momento dell’annuncio, prima degli utili, di Mediobanca e della partecipazione in Generali, c’è stato un tempo nel quale nessun investitore privato voleva assumersi il rischio di . In quel momento arrivò lo Stato.

Quando MPS perdeva, la sua sorte riguardava la stabilità finanziaria della Repubblica. Ora che produce utili ed è diventata un «gioiello», il Governo sostiene che debba decidere il mercato. Il rischio aveva bisogno dei contribuenti; il valore, improvvisamente, può farne a meno.

Nel 2016 Monte dei Paschi di Siena non riuscì a raccogliere sul mercato i cinque miliardi di capitale necessari. La banca era schiacciata dai crediti deteriorati, dalle perdite e dalla sfiducia degli investitori. Nessun grande gruppo si presentò per assumerne il rischio, proteggere i lavoratori e conservarne l’autonomia.

Fu il Governo presieduto da Paolo Gentiloni, con al Ministero dell’Economia e delle Finanze, ad autorizzare l’intervento pubblico. Nel luglio 2017 la Commissione europea approvò una ricapitalizzazione precauzionale da 5,4 miliardi di euro: lo strumento previsto per sostenere una banca considerata solvibile ma bisognosa di capitale, evitare una grave perturbazione dell’economia e preservare la stabilità finanziaria. La decisione impose inoltre ad azionisti e creditori subordinati di concorrere alle perdite per 4,3 miliardi.

Dei 5,4 miliardi pubblici, circa 3,9 furono destinati alla ricapitalizzazione della banca e portarono il Tesoro a detenere il 68,25% del capitale. Fino a 1,5 miliardi furono invece riservati al ristoro degli investitori al dettaglio coinvolti nel burden sharing, il meccanismo che impose la partecipazione alle perdite degli azionisti e dei possessori di obbligazioni subordinate.

Quella partecipazione non fu acquistata per conquistare una banca prospera. Fu assunta perché lasciare precipitare MPS avrebbe potuto colpire i depositanti, il credito, l’occupazione, la continuità della banca più antica del mondo, la città di Siena e una parte del sistema finanziario italiano. In quel momento il mercato non venne considerato capace di risolvere da solo la crisi. La politica scelse, intervenne e presentò il salvataggio come una necessità collettiva.

All’opposizione, Giorgia Meloni usava parole molto meno indulgenti. Nell’ottobre 2017 indicava come priorità della commissione parlamentare d’inchiesta l’esame delle banche «salvate dallo Stato con i soldi dei contribuenti» e sosteneva che gli italiani avessero il diritto di sapere come fosse stato speso il loro denaro. Era la posizione ufficiale di Fratelli d’Italia. Quella domanda non ha perduto valore e oggi dovrebbe essere rivolta al Governo guidato dalla stessa Meloni.

Nel 2017 Pier Carlo Padoan assicurò che il denaro pubblico sarebbe stato recuperato, possibilmente «con un premio». Era una promessa politica precisa: i contribuenti avrebbero sostenuto il rischio nell’emergenza, ma sarebbero stati ricompensati quando la banca fosse tornata in salute.

Cinque anni dopo servì altro capitale. Nel 2022, sotto il Governo di e con Daniele Franco al Ministero dell’Economia, MPS realizzò un aumento da 2,5 miliardi di euro. Il Tesoro, ancora azionista di maggioranza, partecipò con altri 1,606 miliardi. I due principali interventi portarono così a poco più di sette miliardi il denaro pubblico immesso tra il 2017 e il 2022.

Il risanamento non fu pagato soltanto dallo Stato. Azionisti e obbligazionisti subirono perdite. La banca ridusse gli organici, chiuse sportelli, cedette attività e attraversò una lunga ristrutturazione. I dipendenti sostennero anni di sacrifici, mentre Siena assisteva al ridimensionamento di un’istituzione che per secoli aveva rappresentato una parte della propria storia economica e civile.

Negli anni successivi Monte dei Paschi ha ridotto i crediti deteriorati, rafforzato il patrimonio, recuperato efficienza ed è tornata alla redditività. Alla hanno contribuito il lavoro dei dipendenti, la gestione aziendale, le condizioni prodotte dall’aumento dei tassi e le risorse degli azionisti. Senza l’intervento pubblico, però, quel percorso difficilmente sarebbe cominciato.

Dopo la perdita registrata nel 2022, MPS ha chiuso il 2023 con un utile netto di 2,052 miliardi di euro e il 2024 con 1,951 miliardi. Nel 2025, includendo nell’ultimo trimestre il contributo di Mediobanca, il risultato netto di gruppo, calcolato prima degli effetti economici dell’allocazione del di acquisto, è salito a 3,036 miliardi. Ai soci sono stati distribuiti 2,613 miliardi di dividendi.

Nel frattempo, Monte dei Paschi ha acquisito il controllo di Mediobanca, rafforzando indirettamente il proprio peso in Assicurazioni Generali, ed è diventata il centro di una delle maggiori operazioni bancarie europee. La banca che il mercato non voleva più finanziare è oggi abbastanza solida da conquistare Piazzetta Cuccia e abbastanza redditizia da attirare l’offerta del maggiore gruppo bancario italiano.

Nel giugno 2026 la stessa Giorgia Meloni ha descritto Monte dei Paschi come «un gioiello al quale molti ambiscono». L’immagine è efficace, ma lascia fuori chi abbia pagato il lavoro dell’orafo: quel gioiello è stato rimesso a nuovo anche con il denaro dei contribuenti.

Quanto ha recuperato davvero lo Stato

Lo Stato ha recuperato una parte dell’investimento. Nel novembre 2023 il Tesoro ha ceduto il 25% della banca, incassando circa 920 milioni di euro. Nel marzo 2024 ha venduto un ulteriore 12,5% per 650 milioni. Nel novembre dello stesso anno ha collocato un altro 15% per circa 1,1 miliardi. Le tre operazioni hanno prodotto complessivamente 2,67 miliardi di euro.

A questi incassi vanno aggiunti i dividendi ricevuti dal Tesoro nel 2024, nel 2025 e nel 2026. Sulla base delle somme complessivamente distribuite e delle partecipazioni pubbliche detenute alle rispettive date, alle casse dello Stato sono affluiti circa 340 milioni di euro lordi.

Il di cassa è dunque semplice: 2,67 miliardi ricavati dalle cessioni, più circa 340 milioni di dividendi, equivalgono a poco più di 3,01 miliardi già incassati. Rispetto ai poco più di sette miliardi immessi tra il 2017 e il 2022, restano quasi quattro miliardi non ancora compensati da entrate effettive.

Sostenere che lo Stato non abbia recuperato nulla sarebbe falso. Affermare che abbia già recuperato tutto sarebbe altrettanto arbitrario.

Il Tesoro conserva infatti il 4,863% di MPS. Nel giugno 2026 Giancarlo Giorgetti ne ha stimato il valore di mercato in circa 1,6 miliardi di euro. Affiancando questo valore ai 3,01 miliardi già incassati si arriverebbe a circa 4,61 miliardi. Se il criterio resta quello invocato dalla presidente del Consiglio — non perdere il denaro dei contribuenti — rispetto all’esborso pubblico complessivo rimarrebbe quindi una differenza indicativa di circa 2,4 miliardi ancora da recuperare.

Lo stesso Giorgetti, nel presentare la posizione del Governo, ha confrontato i circa 4,2 miliardi costituiti dagli incassi delle precedenti cessioni e dal valore della quota residua con gli 1,6 miliardi versati dal Tesoro nell’aumento di capitale del 2022.

Quel confronto è corretto soltanto entro il perimetro scelto dal ministro. Considera il capitale immesso nel 2022, ma lascia fuori i 5,4 miliardi pubblici del 2017. Se l’obiettivo è misurare l’intera operazione per i contribuenti, non si può scegliere il punto di partenza che rende più favorevole il risultato.

La politica conosce bene il potere dei numeri: basta spostare la data iniziale, restringere il perimetro o lasciare una voce fuori dal conto per trasformare un disavanzo in un saldo positivo. L’operazione aritmetica può essere formalmente corretta e, nello stesso tempo, offrire una rappresentazione incompleta della realtà. Alla luce dell’OPAS, la domanda rivolta al ministro diventa quindi inevitabile: perché conteggiare soltanto il capitale versato nel 2022, mostrando un saldo positivo per il Tesoro, e non l’intero denaro pubblico impiegato dal 2017?

Il Governo non ha ancora presentato un rendiconto pubblico capace di ricostruire l’esito economico dell’intera presenza dello Stato in MPS. Quel conto dovrebbe essere pubblicato prima che l’operazione si concluda e distinguere con precisione il capitale sottoscritto, i ristori, gli incassi delle cessioni, i dividendi, il valore della quota residua, gli eventuali costi finanziari e gli effetti della diluizione prodotta dall’acquisizione di Mediobanca.

Solo allora sarà possibile stabilire se il denaro pubblico che Pier Carlo Padoan promise sarebbe stato recuperato sia tornato davvero ai contribuenti e con quale risultato.

I dividendi ai quali lo Stato rinuncerebbe

Esiste poi un valore che il semplice conto delle cessioni non mostra: il flusso dei dividendi futuri.

Il piano di MPS–Mediobanca prevede 16 miliardi di euro di distribuzioni complessive agli azionisti entro il 2030. Se il Tesoro conservasse il 4,863%, la sua quota teorica sarebbe vicina a 778 milioni di euro. Non è un incasso garantito: dipende dalla realizzazione del piano, dagli utili, dalle decisioni societarie e dal mantenimento della partecipazione pubblica. Misura però il valore potenziale al quale lo Stato rinuncerebbe cedendo oggi la propria quota.

Se allarghiamo l’orizzonte della proiezione, partendo dai 2,613 miliardi di dividendi distribuiti nel 2026, mantenendo invariata la quota pubblica del 4,863% e ipotizzando una crescita nominale del 2% annuo, nei prossimi vent’anni il Tesoro incasserebbe complessivamente circa 3,09 miliardi di euro lordi. Senza alcuna crescita, la somma sarebbe comunque vicina a 2,54 miliardi. In entrambi i casi, lo Stato conserverebbe inoltre la propria partecipazione azionaria.

Sono somme nominali, non attualizzate, costruite su condizioni che potrebbero cambiare radicalmente. Nessuno può garantire per vent’anni utili, dividendi, percentuali di partecipazione o condizioni di mercato. Proprio per questo il Governo dovrebbe presentare una valutazione pubblica capace di confrontare il corrispettivo ottenibile oggi con il valore economico al quale rinuncerebbe domani.

La contraddizione diventa ancora più evidente rileggendo le parole dello stesso ministro. Nel dicembre 2025 Giancarlo Giorgetti sosteneva che la quota residua dovesse essere valutata «in ottica strategica e non di mera cassa», richiamando la rilevanza del risparmio per la sicurezza economica nazionale. Sei mesi dopo si è dichiarato neutrale, annunciando di voler scegliere la migliore finestra di mercato per massimizzare l’incasso.

Che cosa è cambiato in sei mesi: il valore strategico del risparmio, l’interesse dello Stato o il nome del soggetto che vuole acquistare la banca?

La neutralità può sembrare una posizione prudente. Ma lo Stato non è un osservatore arrivato alla fine della partita. È il soggetto che ha messo il denaro quando il rischio era troppo grande per il mercato, ha sostenuto la ricapitalizzazione, ha recuperato soltanto una parte dell’esborso e possiede ancora una quota della banca.

Lo Stato ha assunto il rischio nel momento peggiore, protetto la continuità di MPS e consentito all’istituto di attraversare gli anni nei quali il mercato non voleva più finanziarlo. Il valore che Monte dei Paschi di Siena ha saputo produrre dopo il salvataggio non si esaurisce negli utili di uno o più . Comprende clienti, competenze, risorse umane, filiali, relazioni con le imprese, centri decisionali e partecipazioni strategiche. È anche questo patrimonio, ricostruito con il contributo pubblico, ad avere spinto Intesa Sanpaolo a presentare la propria offerta.

Il Tesoro sembra avere una singolare familiarità con il rischio assunto attraverso il denaro pubblico e assai meno dimestichezza con il rendimento azionario che dovrebbe compensarlo. È accaduto anche in altre crisi bancarie: lo Stato interviene quando il conto diventa troppo pesante per il mercato, ma arretra proprio quando il valore torna a crescere e potrebbe finalmente produrre un beneficio per i contribuenti.

Le vicende di Monte dei Paschi di Siena, Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza, Banca Etruria, Banca Marche, Carichieti e Carife hanno richiesto interventi pubblici, ristori o strumenti finanziati dal sistema bancario. Già nel 2017 la Banca d’Italia stimava in circa 13 miliardi di euro l’impatto degli interventi pubblici di sostegno al settore finanziario italiano, precisando che una parte sarebbe stata recuperata. Non tutte quelle risorse provenivano direttamente dai contribuenti, non tutte sono andate perdute e non tutto è stato recuperato.

Sono casi giuridicamente differenti, ma la domanda rimane la stessa: chi assume il rischio quando una banca entra in crisi e chi riceve gli attivi quando torna possibile estrarne valore? La risposta, troppo spesso, è semplice.

Altrettanto semplice è il meccanismo che il capitalismo finanziario conosce bene. Quando una banca entra in crisi e il pericolo minaccia di propagarsi, invoca la stabilità, la tutela dei depositanti e l’intervento pubblico. Quando il risanamento restituisce utili, clienti e patrimonio, torna a reclamare la libertà del mercato. Le perdite acquistano una cittadinanza collettiva; i profitti ritrovano rapidamente un proprietario privato.

L’operazione deve ancora essere approvata e Intesa Sanpaolo non ha acquisito MPS. Non esiste la prova che il valore costruito con denaro pubblico verrà disperso, né che l’offerta rappresenti necessariamente la soluzione peggiore. Esiste però l’obbligo politico di confrontare il progetto con le alternative prima che la divisione della banca diventi irreversibile.

Il progetto di Intesa Sanpaolo prevede l’acquisto dell’intero gruppo MPS. L’acquirente tratterrebbe Mediobanca, la partecipazione in Assicurazioni Generali, le attività considerate più strategiche, circa 625 filiali e il perimetro al quale attribuisce approssimativamente l’80% del risultato prodotto da MPS–Mediobanca. Un’altra parte della banca, comprendente circa 635 filiali, rapporti con la clientela, strutture e marchio, verrebbe trasferita a Unipol e successivamente aggregata con BPER.

La parte economicamente più preziosa finirebbe così nel maggiore gruppo bancario italiano. Il perimetro ceduto contribuirebbe invece alla crescita di un altro polo privato. I contribuenti hanno finanziato la ricostruzione dell’intera casa; ora il progetto dell’acquirente stabilisce quali stanze trattenere e quali consegnare ad altri.

Intesa Sanpaolo ha il diritto di perseguire l’interesse dei propri azionisti. Può sostenere che l’integrazione rafforzerebbe il sistema, aumenterebbe la solidità patrimoniale, produrrebbe economie di scala e manterrebbe in Italia attività considerate strategiche. Può cercare di acquistare MPS alle condizioni più convenienti e trattenere ciò che ritiene capace di generare maggiore valore.

È precisamente per questo che occorre un soggetto incaricato di difendere l’interesse dello Stato, dei contribuenti, dei lavoratori, dei territori e della concorrenza. Quel soggetto dovrebbe essere il Governo. Invece il Governo si dichiara neutrale.

Per dimostrare che l’OPAS sia conveniente non basta indicare quanto il Tesoro incasserebbe aderendo all’offerta o vendendo sul mercato la partecipazione residua. Occorre pubblicare il conto completo dell’intervento pubblico, confrontare le alternative e spiegare perché la struttura immaginata da Intesa Sanpaolo produrrebbe più valore rispetto alla conservazione dell’autonomia di MPS o a un’aggregazione differente.

Il consiglio di amministrazione di MPS ha giudicato insufficiente il premio offerto da Intesa Sanpaolo e ha richiamato i rischi di esecuzione e le condizioni regolamentari ancora aperte. Il 29 luglio Intesa ha comunicato risultati superiori alle attese e ha portato a oltre 10 miliardi di euro la previsione dell’utile netto per il 2026. Nello stesso giorno Carlo Messina, consigliere delegato e amministratore delegato del gruppo, ha escluso un miglioramento dell’offerta.

La banca offerente guadagna più del previsto, considera MPS strategica, vuole trattenere le attività economicamente più rilevanti e non intende pagare di più. È il comportamento razionale di un acquirente che difende i propri azionisti. Ciò che manca, sul versante pubblico, è la stessa determinazione: quella di uno Stato azionista capace di difendere il denaro dei propri contribuenti.

È proprio adesso che la neutralità appare più comoda e meno innocente. Non dimostra l’esistenza di un accordo nascosto, ma produce un effetto visibile: lascia che il soggetto economicamente più forte disegni l’architettura dell’operazione, mentre il Governo rinuncia a indicarne il limite.

La posizione diventa ancora più difficile da spiegare se confrontata con le parole pronunciate da Giorgia Meloni quando sedeva all’opposizione. Nel 2021 denunciò la tendenza a «privatizzare i profitti e scaricare sui contribuenti le perdite» e chiese che la privatizzazione di MPS fosse rinviata fino a quando non fosse diventata conveniente «per Siena e per gli italiani». La banca era allora più fragile, meno redditizia e molto più dipendente dallo Stato. Eppure la presidente di Fratelli d’Italia ne difendeva autonomia, occupazione e radicamento.

Nel febbraio 2026 Meloni ha spiegato che la partecipazione pubblica, scesa sotto il 5%, non permetteva più al Governo di esercitare un’influenza significativa sulla governance. Ha escluso un coinvolgimento dell’esecutivo nelle future decisioni strategiche e nelle nomine degli organi societari, pur definendo MPS un’istituzione ormai solida.

La premessa societaria è corretta: una partecipazione del 4,863% non consente al Tesoro di controllare Monte dei Paschi di Siena. Ma il dovere del Governo non nasce e non muore insieme alla percentuale posseduta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. L’esecutivo conserva competenze sul Golden Power, sulla concorrenza, sulla tutela del risparmio, sul credito alle imprese e sulle conseguenze sistemiche delle aggregazioni bancarie. Può non comandare nel consiglio di amministrazione; non per questo diventa estraneo al destino di una banca salvata con risorse pubbliche.

La neutralità possiede una giustificazione istituzionale. Il MEF non può manipolare il mercato, imporre arbitrariamente un compratore o utilizzare la partecipazione pubblica per dirigere una società quotata. Deve rispettare gli impegni assunti con la Commissione europea, che prevedevano la perdita del controllo pubblico, e tutelare il valore della quota rimasta.

Ma Giancarlo Giorgetti non è soltanto il venditore di un pacchetto azionario. È il ministro responsabile della politica economica e della tutela degli interessi finanziari dello Stato. Partecipa alle decisioni sul Golden Power e rappresenta il Governo davanti a un’operazione capace di ridisegnare credito, risparmio, assicurazioni, occupazione e rapporti con i territori.

Il Governo deve assumere una posizione attiva. Se ritiene che l’OPAS produca più valore per i contribuenti, pubblichi il conto e ne dimostri la convenienza. Se sostiene che occupazione, concorrenza, autonomia e radicamento territoriale siano tutelati, indichi le condizioni vincolanti che impediranno di sacrificarli. Se non farà né l’una né l’altra cosa, la neutralità avrà una traduzione molto concreta: lo Stato avrà finanziato la ricostruzione, i gruppi privati ne divideranno il valore e la politica si limiterà a certificarne il passaggio.

La neutralità non è un vuoto e non sospende le responsabilità. Produce conseguenze, favorisce un esito e lascia altri interessi senza difesa. Dopo avere socializzato il rischio, il Governo non può permettere che il valore venga privatizzato senza spiegare perché questa sia la soluzione migliore per chi quel rischio lo ha pagato. La risposta deve arrivare prima dell’OPAS, non nell’autopsia istituzionale che seguirà quando l’operazione sarà diventata irreversibile.

Domani l’inchiesta si occuperà dell’identità nazionale, sulla quale Fratelli d’Italia ha costruito una parte decisiva della propria narrazione politica, davanti al possibile smembramento di Monte dei Paschi di Siena. Perché l’identità sbandierata quando serve a conquistare consenso sembra perdere la voce proprio davanti al destino della banca più antica del mondo?

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