giovedì 13 Agosto 2026
opas mps intesa sanpaolo ph ai

Intesa Sanpaolo, con l’Opas su MPS, acquisirebbe più risparmio e più utili. Ma anche più debito pubblico e più potere

Titoli di Stato, credito, reti distributive, fondazioni, pubblicità e rapporti con la politica: un intreccio di relazioni e influenza che richiama i vecchi poteri massonici, pervasivi e difficilmente contestabili

Di Sharon Costa
Condividi questa notizia nei tuoi canali, non tenerla per te:

Continua l’inchiesta di LaSintesi.online sull’offerta pubblica di acquisto e scambio promossa da Sanpaolo sulla totalità delle azioni di Banca Monte dei Paschi di Siena (leggi qui le puntate precedenti).

Nell’articolo d’apertura abbiamo ricostruito l’operazione e la neutralità dichiarata dal Governo. Ieri abbiamo analizzato la concentrazione che l’OPAS produrrebbe attorno a Mediobanca e ad .

Nei prossimi articoli ricostruiremo il pubblico impiegato per risanare MPS, il futuro dell’autonomia e dell’identità della banca, le condizioni offerte agli azionisti, il destino delle filiali e del lavoro, gli effetti fiscali dell’operazione e le posizioni assunte — o non assunte — dalle istituzioni.

Oggi seguiamo il denaro. Quello che una famiglia deposita in banca, quello che un’impresa chiede in e quello che lo Stato raccoglie vendendo i propri titoli. Sembrano tre strade diverse. In realtà si incontrano nello stesso luogo: la rete bancaria che custodisce il risparmio, decide il credito e costruisce l’offerta di fondi, polizze, obbligazioni e BTP fra i quali il cliente può scegliere.

È in questo incrocio che l’OPAS smette di essere soltanto una compravendita fra società quotate e diventa una questione pubblica. Intesa Sanpaolo non acquisirebbe il denaro degli italiani. Acquisirebbe però altri titoli dello Stato, altri clienti, altri sportelli, altri consulenti e una porzione più ampia dei canali attraverso i quali quel denaro viene amministrato, investito o trasformato in credito. Crescerebbe dunque in due direzioni contemporaneamente: in ciò che possiede direttamente e nella capacità di raggiungere e orientare le scelte di chi il denaro lo possiede davvero, investitori e risparmiatori.

L’operazione non è ancora conclusa. Ma la funzione degli organi preposti alla vigilanza, che finora non si sono espressi pubblicamente, non è attendere che un’ si compia, scoprirne gli effetti e tentare poi di ripararli attraverso nuove norme, multe e sanzioni. Il loro compito dovrebbe essere innanzitutto preventivo: individuare gli eventuali rischi e gli squilibri che una concentrazione di questa portata potrebbe produrre sul mercato e, soprattutto, sui piccoli risparmiatori, troppo spesso penalizzati anche nel recente passato.

Prima di autorizzare una simile operazione, le autorità dovrebbero valutare quali strumenti, relazioni e dipendenze verrebbero concentrati nello stesso gruppo; quanto diventerebbe difficile, in seguito, sostituire o limitare il soggetto che li riunisce; quali contrappesi sarebbero necessari per evitare che la dimensione si trasformi in un potere sempre più difficile da bilanciare. La vigilanza serve precisamente a questo: impedire che la concentrazione riduca la concorrenza prima che il nuovo equilibrio diventi irreversibile e intervenire significhi soltanto tentare di contenerne le conseguenze.

Dove il risparmio privato incontra lo Stato

Il pubblico non è una cifra astratta custodita nei terminali del Tesoro. È il denaro che la Repubblica prende in prestito per finanziare la propria attività e che dovrà restituire ai sottoscrittori. Una parte è detenuta dalle banche, dai fondi, dalle assicurazioni e dagli investitori esteri; un’altra entra direttamente nei portafogli delle famiglie e delle imprese. Ogni BTP acquistato con il risparmio privato contiene quindi due storie: quella di chi cerca un rendimento e quella dello Stato che cerca finanziamento.

Le banche occupano il passaggio fra queste due esigenze. Possono acquistare titoli pubblici per il proprio bilancio e assumersi il relativo rischio economico. Possono anche partecipare al collocamento, consentirne la compravendita, custodirli per conto dei clienti e proporli attraverso filiali, consulenti, private banker e piattaforme digitali. Possedere un BTP e accompagnarlo fino al conto di una famiglia sono funzioni differenti. La prima si legge nei bilanci. La seconda si misura nella forza della rete.

Per comprendere quanto l’OPAS accrescerebbe il peso di Intesa Sanpaolo bisogna partire dalle dimensioni del mercato nel quale operano i due gruppi. Al 31 dicembre 2025 il debito delle amministrazioni pubbliche italiane ammontava a 3.095,888 miliardi di euro. La parte costituita da titoli era pari a 2.605,808 miliardi. Fra i detentori figuravano la Banca d’Italia, le banche e le altre istituzioni finanziarie, le famiglie, le imprese, i fondi, le assicurazioni e gli investitori esteri.

Fra quelle banche c’è Intesa Sanpaolo. Nel bilancio consolidato 2025 il gruppo riportava 32,311 miliardi di euro di titoli pubblici italiani nell’attività bancaria. A questi si aggiungevano 42,418 miliardi detenuti nell’attività assicurativa, senza considerare i titoli nei quali erano investite le disponibilità raccolte attraverso polizze il cui rischio ricade interamente sugli assicurati. Il portafoglio complessivo di titoli pubblici italiani raggiungeva così 74,729 miliardi di euro.

Separatamente, il bilancio indicava 8,846 miliardi di finanziamenti alle amministrazioni pubbliche. Mantenendo distinti i titoli dagli impieghi, l’esposizione complessiva del gruppo verso il settore pubblico italiano ammontava quindi a 83,575 miliardi di euro.

Se l’OPAS andasse in porto, a queste grandezze si aggiungerebbe il portafoglio di MPS–Mediobanca, che alla fine del 2025 deteneva 18,770 miliardi di titoli pubblici italiani e 1,399 miliardi di finanziamenti alle amministrazioni pubbliche, per un’esposizione complessiva di 20,169 miliardi.

I due gruppi riunirebbero dunque 93,499 miliardi di euro di titoli pubblici italiani e, separatamente, 10,245 miliardi di finanziamenti alle amministrazioni pubbliche. Considerando entrambe le componenti, l’esposizione complessiva raggiungerebbe 103,744 miliardi di euro, pari a circa il 3,35% dell’intero debito pubblico italiano. I soli titoli rappresenterebbero invece circa il 3,02% dell’intero debito della Repubblica e il 3,59% della parte costituita da titoli.

L’acquisizione aprirebbe però un secondo percorso: quello che conduce a Mediobanca. La banca d’affari entrerebbe nel nuovo gruppo portando non soltanto il proprio portafoglio, ma anche la partecipazione attraverso la quale si arriva ad Assicurazioni Generali.

Mediobanca detiene infatti il 13,32% della compagnia. Sommando questa quota al 3,13% già posseduto direttamente da Intesa Sanpaolo, al nuovo gruppo sarebbe complessivamente riferibile una partecipazione del 16,45% nella maggiore compagnia assicurativa italiana. Non sarebbe un dettaglio laterale dell’OPAS, ma uno dei passaggi attraverso i quali la crescita di Intesa si estenderebbe dal credito e dal risparmio bancario alle assicurazioni e ai grandi portafogli finanziari.

Ieri abbiamo spiegato perché questa somma non equivarrebbe al controllo giuridico di Generali. Le due partecipazioni resterebbero distinte e non consentirebbero a Intesa Sanpaolo di nominare da sola gli amministratori, imporre la strategia o trattare la compagnia come una propria controllata.

Alla fine del 2025 Assicurazioni Generali deteneva direttamente 35,462 miliardi di euro di titoli di Stato italiani. Quei titoli non potrebbero essere attribuiti a Intesa Sanpaolo né iscritti nel suo bilancio. Appartengono al maggiore gruppo assicurativo nazionale, che resterebbe giuridicamente autonomo, ma nel quale il nuovo perimetro bancario assumerebbe la posizione azionaria complessivamente più rilevante riferibile a un solo gruppo.

Attribuire quei 35,462 miliardi a Intesa sarebbe falso. Fingere che non abbiano alcuna importanza nella valutazione dell’operazione sarebbe miope. L’inchiesta deve tenere insieme entrambe le verità: Generali non diventerebbe una controllata di Intesa Sanpaolo, ma la banca destinata a crescere avrebbe nella compagnia un peso economico che il Governo e le autorità non possono trattare come una nota a margine.

A questo punto il percorso conduce verso Unipol e BPER. Non appaiono per caso e non vengono accostate a Intesa soltanto per rendere più suggestiva la ricostruzione. Nelle ultime grandi operazioni espansive del gruppo, i loro nomi hanno assunto un peso rilevante nella destinazione di sportelli, clienti, rapporti e lavoratori che, per scelte industriali o prescrizioni dell’Antitrust, dovevano uscire dal perimetro dell’acquirente.

Nel disegno dichiarato accadrebbe anche con MPS. Intesa Sanpaolo non intende trattenere l’intera banca senese. Conserverebbe Mediobanca, la partecipazione in Generali e le attività considerate strategiche; la parte destinata a uscire dal suo perimetro verrebbe trasferita a Unipol e successivamente integrata in BPER.

Unipol e BPER non entrano quindi in questa analisi perché i loro portafogli possano essere attribuiti a Intesa, né perché esista la prova di una direzione comune. Entrano perché il loro intervento costituisce uno degli ingranaggi necessari alla realizzazione del progetto: mentre Intesa tratterrebbe il cuore finanziario che considera strategico, il compendio formato con le attività di MPS che non intende conservare troverebbe nel polo Unipol–BPER la propria destinazione.

Nel grande teatro delle aggregazioni bancarie italiane, i loro nomi tornano con una puntualità che merita più attenzione della semplice coincidenza. Era già accaduto con UBI Banca: per consentire l’acquisizione da parte di Intesa Sanpaolo, 620 unità operative e 5.107 lavoratori passarono a BPER. Accadrebbe nuovamente con questa OPAS.

Non sappiamo se chiamarlo destino, geometria industriale o efficacia degli incastri autorizzativi. Sappiamo che, per la seconda volta in una grande acquisizione promossa da Intesa, il polo Unipol–BPER si troverebbe nel posto giusto al momento giusto per ricevere ciò che deve uscire dal perimetro dell’acquirente.

Nei documenti disponibili non vi è prova di ordini impartiti da Intesa, accordi occulti o intese diverse da quelle dichiarate. Proprio per questo il dubbio deve essere formulato con precisione: il perimetro ceduto rafforzerebbe realmente un concorrente autonomo oppure servirebbe soprattutto a rendere autorizzabile l’espansione del maggiore gruppo bancario italiano? La separazione formale delle attività produrrebbe due poli capaci di competere nel tempo oppure distribuirebbe MPS fra soggetti che tornano a incontrarsi negli stessi riassetti?

Concediamoci allora un esercizio che qualcuno potrebbe definire fantasioso e qualcun altro perfino complottista. Non servono né fantasie né complotti: basta mettere in fila portafogli esistenti, partecipazioni note, accordi industriali dichiarati e ruoli già assegnati nell’operazione.

Se ai titoli pubblici detenuti da Intesa Sanpaolo–MPS–Mediobanca aggiungessimo quelli posseduti da Generali, BPER e Unipol, arriveremmo a 168,624 miliardi di euro, pari a circa il 5,45% dell’intero debito pubblico italiano.

È una somma provocatoria, non il bilancio consolidato di un gruppo che giuridicamente non esiste né la prova di una direzione comune. Generali, BPER e Unipol restano soggetti autonomi. Partecipazioni, accordi industriali e operazioni dichiarate non diventano, per effetto di un’addizione, un patto occulto.

Quei 168,624 miliardi non misurano dunque il debito controllato da un unico centro. Misurano la dimensione dei portafogli detenuti da soggetti che l’operazione, le partecipazioni note e gli accordi dichiarati riportano ripetutamente attorno allo stesso tavolo. È da quel tavolo che nasce la domanda politica: quanto diventa difficile intervenire sugli interessi di interlocutori che detengono ingenti quantità di titoli pubblici, assicurano milioni di cittadini, finanziano imprese e amministrazioni e presidiano una parte rilevante dei canali attraverso i quali lo Stato raggiunge i risparmiatori e gli elettori?

La domanda può essere rovesciata. Una banca esposta per decine di miliardi verso il settore pubblico dipende anche dalla solidità dello Stato, dal valore dei suoi titoli e dalle decisioni che incidono sui mercati. Nello stesso tempo, lo Stato dipende dalle banche per collocare, custodire e distribuire una parte del proprio debito. Non è soltanto la banca ad accrescere la propria forza negoziale nei confronti della politica: anche il Tesoro entra nelle filiali, non fisicamente, ma attraverso i BTP che devono trovare compratori, portando con sé il proprio fabbisogno di finanziamento.

Questo legame reciproco viene definito, nel linguaggio finanziario, sovereign-bank nexus: il rapporto attraverso il quale la solidità delle banche e quella dello Stato finiscono per influenzarsi. Non significa che Intesa possa dettare le decisioni del Governo né che il Governo possa utilizzare la banca come una propria rete di vendita. Significa che, quando portafogli pubblici, reti distributive e masse di denaro crescono nello stesso perimetro, aumenta la dipendenza reciproca e, con essa, il costo di qualsiasi conflitto.

I numeri dimostrano quindi qualcosa di più concreto. Insieme a MPS e Mediobanca, Intesa acquisirebbe altro debito pubblico, altri finanziamenti concessi alle amministrazioni e un’altra rete capace di portare i titoli dello Stato verso i risparmiatori. La quota direttamente detenuta rimarrebbe minoritaria. Aumenterebbe, invece, la rilevanza di un gruppo già essenziale nel punto in cui il fabbisogno del Tesoro incontra il denaro delle famiglie.

Questa forza può offrire un vantaggio reale. Un intermediario grande, solido e dotato di una rete estesa può sostenere le emissioni, garantire continuità nelle fasi difficili del mercato e raggiungere milioni di investitori. Per un Paese che deve rifinanziare un debito superiore a tremila miliardi di euro, la presenza di banche solide può costituire un elemento di stabilità.

La stabilità, tuttavia, ha un rovescio. Più un intermediario diventa importante per il credito, il risparmio e il finanziamento dello Stato, più aumenta il costo economico e politico di qualsiasi decisione capace di indebolirlo. Il potere non nasce necessariamente da una telefonata, da un ordine o da una minaccia. Può formarsi quando un soggetto occupa una funzione tanto importante da rendere difficile immaginare il sistema senza di lui.

Intesa Sanpaolo non controllerebbe il debito della Repubblica italiana. Diventerebbe però ancora più importante nei passaggi attraverso i quali la Repubblica finanzia se stessa. È in questa distanza — fra ciò che una banca possiede formalmente e ciò che diventa capace di rendere possibile, più difficile o più costoso — che la dimensione economica comincia a trasformarsi in potere.

Il potere non sta soltanto nel portafoglio dei btp

Il secondo livello della nostra inchiesta riguarda il denaro dei risparmiatori: una massa finanziaria molto più estesa del portafoglio dei titoli pubblici e, per certi aspetti, politicamente ancora più sensibile. Secondo i dati presentati dalla stessa Intesa Sanpaolo, il gruppo risultante amministrerebbe o distribuirebbe circa 1.700 miliardi di euro di attività finanziarie della clientela, servirebbe oltre 27 milioni di clienti — circa 20 milioni dei quali in Italia — e disporrebbe di una rete di consulenza composta da circa 21.000 persone.

In quei 1.700 miliardi ci sono depositi, azioni, obbligazioni, fondi, polizze, gestioni patrimoniali e altri strumenti che appartengono ai clienti. Non possono essere sommati ai titoli pubblici detenuti dal gruppo e non devono essere raccontati come patrimonio di Intesa Sanpaolo. Il piano industriale presentato dalla banca punta a portare questa massa a circa 2.000 miliardi nel 2029.

La sua importanza risiede altrove. Quel denaro, accumulato attraverso il lavoro e il risparmio di milioni di persone, passa attraverso i conti, le filiali, i consulenti, le società di gestione, le compagnie assicurative e le piattaforme del gruppo. Il bilancio misura ciò che Intesa Sanpaolo possiede. La rete misura quante persone può raggiungere, quali prodotti può proporre e quante decisioni finanziarie possono transitare ogni giorno nello stesso ecosistema.

È una differenza decisiva. Possedere il denaro significa poterne disporre. Intermediarlo significa occupare il punto nel quale il suo proprietario incontra l’offerta, riceve un consiglio e decide dove investirlo. La prima forma di potere compare nei bilanci. La seconda si distribuisce lungo milioni di relazioni quotidiane ed è proprio per questo più difficile da fotografare.

Se estendessimo anche a questo livello il precedente esercizio aritmetico, aggiungendo Generali, BPER e Unipol, la somma grezza delle masse finanziarie e assicurative e degli investimenti considerati raggiungerebbe 3.102,111 miliardi di euro, accompagnati da oltre 125,6 milioni di rapporti di clientela nel mondo.

Anche questa è una provocazione numerica, non un aggregato contabile. Le grandezze non sono perfettamente omogenee, riguardano perimetri geografici differenti e possono sovrapporsi. Uno stesso cliente può avere rapporti con più gruppi e uno stesso euro può comparire in aggregati diversi. Quella cifra non descrive, dunque, un patrimonio unitario né una platea sottoposta a una sola direzione.

Rende però visibile la scala dell’intermediazione. Il potere non consisterebbe nel possedere quei risparmi, ma nella possibilità di raggiungere chi li possiede, consigliarlo e distribuire i prodotti nei quali investirli. Il cliente conserva la libertà di scegliere. È la banca, tuttavia, a costruire gran parte dell’offerta all’ della quale quella scelta viene compiuta.

Nello stesso colloquio un consulente può proporre un BTP, un fondo, una polizza, una gestione patrimoniale oppure un’obbligazione emessa dal gruppo. Se l’OPAS arrivasse a compimento, aumenterebbero sia le persone raggiunte sia le decisioni finanziarie destinate a transitare nella stessa filiera. Più quella filiera si allunga, più diventa necessario verificare che la libertà del cliente non si riduca a una scelta soltanto apparente fra prodotti diversi, ma costruiti, distribuiti o remunerativi per soggetti che risalgono verso lo stesso centro economico.

La pluralità delle etichette non garantisce, da sola, la pluralità degli interessi. Quando in gioco c’è il risparmio delle famiglie, la domanda non può essere liquidata come un pregiudizio contro le grandi banche: chi controllerà che la potenza della rete non finisca per orientare la scelta prima ancora che il cliente creda di averla compiuta?

Le autorità non devono vigilare soltanto sulle irregolarità già commesse. Devono valutare se una concentrazione di questa portata possa accrescere il rischio che gli interessi del risparmiatore, del consulente, della rete distributiva e del gruppo finiscano troppo spesso dalla stessa parte del tavolo. La vigilanza non dovrebbe cominciare quando il danno è stato prodotto e il piccolo risparmiatore tenta di recuperare ciò che ha perduto. Dovrebbe intervenire quando esiste ancora la possibilità di impedire che la forza della filiera prevalga sulla debolezza di chi le affida il proprio denaro.

Il denaro amministrato produce commissioni, margini e utili. Ma il dato che spiega davvero l’operazione è un altro: Intesa Sanpaolo prevede di trattenere le attività che rappresentano circa l’80% del risultato prodotto da MPS–Mediobanca e stima per il gruppo combinato un utile netto superiore a 16 miliardi di euro nel 2029.

La divisione di MPS segue dunque una logica precisa: una parte della rete passerebbe a Unipol e BPER, mentre Intesa conserverebbe il perimetro economicamente più redditizio, insieme a Mediobanca e alla partecipazione in Generali. Il beneficio per gli azionisti è leggibile. Quello per il sistema deve ancora essere dimostrato.

Ed è qui che la neutralità della politica mostra la propria fragilità. Se il progetto chiarisce con tanta precisione quale parte degli utili rimarrebbe all’acquirente, il Governo dovrebbe spiegare con la stessa precisione quale parte dei benefici ricadrebbe sui risparmiatori, sulle imprese e sulla concorrenza. Non basta celebrare la nascita di un gruppo più forte. Occorre stabilire chi rischierebbe di diventare più debole nel sistema costruito attorno alla sua forza.

Dietro i risultati ci sono anche le persone. Prima delle uscite, delle assunzioni e dei trasferimenti annunciati, Intesa Sanpaolo e MPS–Mediobanca sommavano 112.910 lavoratori. Allargando ancora una volta l’inquadratura a Generali, BPER e Unipol, si raggiungerebbero 236.927 dipendenti nel mondo.

Non costituiscono un unico organico, non rispondono a una sola direzione e non rappresentano un corpo elettorale controllabile da una banca. Sostenerlo sarebbe scorretto. Il dato misura, però, la dimensione sociale delle decisioni assunte da soggetti che l’operazione mette in relazione.

Dietro ogni dipendente ci sono una famiglia, un reddito, un territorio e una comunità. Ci sono cittadini che votano, amministrazioni locali che dipendono dall’occupazione e governi che devono calcolare gli effetti di qualsiasi scelta capace di incidere su un perimetro così esteso. Non è potere elettorale diretto. È la capacità, del tutto legittima, di rendere politicamente costosa una decisione che possa produrre conseguenze su centinaia di migliaia di lavoratori.

Quando un gruppo concentra risparmio, credito, utili, clienti, reti distributive e occupazione, il suo peso non si esaurisce nei coefficienti patrimoniali esaminati dalle autorità. Entra nei calcoli della politica, che prima di contraddirlo, limitarlo o imporgli condizioni deve valutarne le conseguenze economiche, sociali e comunicative. È questo calcolo a trasformare la dimensione in forza negoziale.

La domanda, allora, non è se Intesa Sanpaolo potrebbe esercitare domani un potere improprio. Non abbiamo elementi per affermarlo. La domanda è perché la politica sembri tanto poco interessata a stabilire preventivamente quale potere potrebbe esercitare. Quando un interlocutore diventa abbastanza grande da incidere contemporaneamente sui risparmiatori, sulle imprese, sui lavoratori e sul finanziamento dello Stato, il confine tra capacità di interlocuzione e capacità di condizionamento può assottigliarsi senza che nessuno abbia bisogno di oltrepassarlo pubblicamente.

Il potere di decidere a chi concedere credito

La rete che amministra il denaro e distribuisce prodotti finanziari è la stessa alla quale famiglie e imprese chiedono un mutuo, un’apertura di credito o le risorse necessarie per investire. Qui il potere non si misura più nei titoli posseduti, ma nella facoltà — pienamente legittima — di valutare il merito creditizio, stabilire le condizioni e decidere quali progetti finanziare.

Ogni aggregazione, tuttavia, riduce il numero dei centri decisionali autonomi. Un’impresa alla quale una banca nega il credito può rivolgersi a un concorrente che adotti criteri, informazioni e strategie differenti. Se più reti rispondono alla stessa direzione economica, le insegne possono restare numerose mentre le alternative reali si restringono. La concorrenza non coincide con il numero dei marchi visibili lungo una strada. Dipende dal numero delle decisioni indipendenti che rimangono dietro quelle insegne.

La prima domanda da rivolgere alle autorità è precisa: quali garanzie impediranno che la centralizzazione del credito allontani le decisioni dai territori, riduca per le imprese la possibilità di ottenere una seconda valutazione e renda il nuovo gruppo un interlocutore tanto necessario da accrescerne la forza negoziale nei confronti dello Stato?

Non serve immaginare un banchiere che impartisca ordini a un ministro. E neppure un ministro che suggerisca al banchiere chi sostenere. Quando lo stesso soggetto finanzia una parte rilevante dell’economia, amministra risparmi, assicura famiglie e imprese e partecipa alla distribuzione dei titoli pubblici, ogni intervento su imposte, commissioni, requisiti patrimoniali o condizioni del credito deve considerarne gli effetti sull’intero sistema. Anche senza una pressione impropria, la rilevanza sistemica diventa capacità di interlocuzione politica.

Esiste poi una domanda più scomoda. In un sistema con meno concorrenti e centri decisionali più lontani dai territori, che cosa impedirebbe al credito di premiare alcune relazioni economiche e penalizzarne altre? Quali controlli garantirebbero che le imprese vengano valutate esclusivamente sulla solidità dei progetti, sui bilanci e sulla capacità di restituire il finanziamento, senza che vicinanze politiche, reti di relazioni o convenienze istituzionali entrino, anche indirettamente, nella decisione?

Non abbiamo elementi per sostenere che Intesa Sanpaolo utilizzi o possa utilizzare il credito in modo discriminatorio. Affermarlo senza prove sarebbe irresponsabile. Ma è proprio per non doverlo accertare quando il danno è già stato prodotto che la diventa indispensabile. Le regole devono impedire l’uso improprio di un potere, non limitarsi a punirlo quando le conseguenze sono già ricadute sulle imprese, sui lavoratori e sui territori.

In un mercato realmente plurale, un’impresa esclusa da una banca può rivolgersi a un altro centro decisionale e sottoporre lo stesso progetto a criteri differenti. Quando le alternative diminuiscono, ogni rifiuto pesa di più. Può bloccare un investimento, rinviare un’assunzione, impedire l’apertura di uno stabilimento o lasciare senza ossigeno un’attività economicamente sana. Chi decide dove far arrivare il credito non controlla formalmente le imprese, ma può contribuire a stabilire quali crescano e quali rimangano ferme.

È in questo spazio che nasce il dubbio politico. Non occorre immaginare schedature ideologiche o ordini impartiti dalle segreterie dei partiti. Un eventuale condizionamento potrebbe assumere forme molto più discrete: maggiore disponibilità verso chi appartiene a reti economiche consolidate, maggiore severità verso chi ne è estraneo, preferenza per interlocutori capaci di offrire relazioni future. Una maggiore concentrazione renderebbe però più gravi le eventuali conseguenze, perché ridurrebbe il numero delle porte alle quali chi viene escluso può ancora bussare.

Per questo il Governo e le autorità di vigilanza non possono limitarsi a ricordare che la concessione del credito appartiene all’autonomia imprenditoriale della banca. Devono spiegare quali presìdi garantiranno criteri verificabili, tracciabilità delle decisioni, gestione dei conflitti e concrete possibilità di alternativa per le imprese. Devono farlo prima che il numero dei centri autonomi si riduca, non quando un imprenditore penalizzato scoprirà che dietro insegne differenti incontra la stessa strategia.

La questione non è attribuire a Intesa Sanpaolo un abuso che non risulta commesso. È impedire che la sua ulteriore crescita produca un potere tanto esteso da rendere un eventuale abuso più dannoso, più difficile da provare e politicamente più costoso da contrastare. Ed è evitare che il sistema creditizio italiano finisca per dipendere da un numero sempre più ristretto di gruppi, capaci non soltanto di finanziare l’economia, ma anche di rendere più difficile la sopravvivenza di chi resta fuori dalle loro scelte.

È qui che la neutralità del Governo smette di apparire prudenza e rischia di diventare una rinuncia preventiva a stabilire il limite. La politica e il grande possono sedersi alla stessa tavola senza commettere alcun illecito. Il problema nasce quando chi dovrebbe fissare le regole teme che contraddire il soggetto più forte renda troppo salato il conto.

Se la politica aspetterà che quel potere venga esercitato per domandarsi come contenerlo, avrà già perduto il momento nel quale poteva ancora bilanciarlo. E a pagare non saranno i protagonisti seduti al tavolo, ma i risparmiatori, i consumatori, le imprese, i lavoratori e i territori, ai quali verrà chiesto di accettare come inevitabile un equilibrio deciso senza di loro.

Il ruolo delle fondazioni e le ingenti spese pubblicitarie

Il potere economico non termina negli uffici nei quali si delibera un prestito. Prosegue nei luoghi in cui un grande gruppo costruisce reputazione, relazioni e consenso: giornali, televisioni, radio, festival, convegni, università, musei, rassegne culturali, osservatori e iniziative sociali.

Nel 2025 Intesa Sanpaolo ha contabilizzato 186 milioni di euro di spese pubblicitarie e promozionali, contro i 174 milioni dell’anno precedente. BPER ha indicato circa 40,4 milioni nella voce relativa alla pubblicità. Sommando soltanto questi due importi, sufficientemente identificabili e confrontabili, si raggiungono 226,4 milioni di euro.

Per MPS–Mediobanca, Unipol e Generali, invece, i documenti esaminati non consentono di isolare con la stessa precisione un unico importo riferibile esclusivamente alla pubblicità. Le spese di comunicazione, promozione, sponsorizzazione e relazione sono comprese in voci più ampie o rappresentate attraverso attività differenti. Non è quindi possibile attribuire separatamente a questi gruppi un valore confrontabile senza forzare i dati.

Inventare un importo soltanto per costruire un totale più impressionante renderebbe l’inchiesta meno credibile. I 226,4 milioni rappresentano il totale delle sole spese pubblicitarie direttamente identificabili e comparabili, non la capacità complessiva di comunicazione dei soggetti considerati. Restano fuori campagne, sponsorizzazioni, partnership istituzionali, attività editoriali ed eventi che i rispettivi bilanci non riuniscono in una voce unica e omogenea.

Accanto alla capacità comunicativa di Intesa Sanpaolo operano due grandi azionisti di origine bancaria. Fondazione Compagnia di San Paolo possiede il 6,526% della banca; Fondazione Cariplo il 5,437%. Sono enti autonomi, dotati di propri organi e proprie finalità. Non sono uffici di Intesa Sanpaolo e le loro erogazioni non possono essere automaticamente attribuite alla strategia industriale del gruppo.

Il valore sociale della loro attività è concreto. Nel 2025 Fondazione Cariplo ha sostenuto 1.265 progetti attraverso un’attività filantropica di 187,2 milioni di euro. Fondazione Compagnia di San Paolo ha destinato complessivamente 288,8 milioni a 1.124 interventi, considerando le erogazioni e i Progetti di Sviluppo. Cultura, ricerca, università, sanità, welfare, ambiente e terzo settore ricevono così risorse che spesso non troverebbero copertura sufficiente nel solo finanziamento pubblico.

Se, con tutte le cautele necessarie, accostassimo i 226,4 milioni di spese pubblicitarie identificabili ai 476 milioni destinati dalle due fondazioni agli interventi filantropici, arriveremmo a 702,4 milioni di euro. Non è il bilancio di un unico centro di spesa e non è una somma contabile omogenea: pubblicità e filantropia hanno natura, finalità e soggetti decisori differenti. La cifra serve esclusivamente a mostrare l’ordine di grandezza delle risorse che, attraverso comunicazione, cultura, ricerca e intervento sociale, entrano ogni anno in relazione con giornali, istituzioni, università, associazioni e territori.

Sono attività legittime, spesso indispensabili e meritorie. In alcuni casi suppliscono alle carenze dello Stato, finanziando iniziative che altrimenti non troverebbero risorse. Un’impresa ha il diritto di promuovere il proprio marchio, presentare i prodotti e sostenere progetti. Le fondazioni possono produrre benefici reali per la collettività. Nessuno di questi numeri dimostra che un giornale sia stato condizionato, che una critica sia stata fermata o che un contenuto sia stato comprato. Senza fatti specifici, affermarlo sarebbe falso.

I numeri descrivono, però, un’asimmetria difficile da ignorare. Un grande gruppo può finanziare campagne di comunicazione capaci di entrare anche nel dibattito politico, sostenere eventi, studi, osservatori e presenze editoriali. Può associare il proprio nome a una rassegna cinematografica, un premio, un convegno, un progetto universitario, un festival o un’iniziativa culturale. Un’associazione di consumatori, un comitato territoriale, un gruppo di lavoratori o una piccola impresa difficilmente dispongono delle stesse risorse per produrre analisi, partecipare al confronto e far arrivare la propria voce al pubblico.

Il pluralismo non dipende soltanto dalla libertà di parlare. Dipende anche dalla possibilità concreta di essere ascoltati.

È quindi legittimo chiedere perché un’operazione capace di ridisegnare il credito, il risparmio, le assicurazioni e il rapporto con il debito pubblico non abbia provocato nella politica e nelle istituzioni una reazione paragonabile a quella suscitata, in passato, da operazioni di dimensioni inferiori. La risposta non può essere presunta. Deve essere cercata nelle valutazioni compiute, nelle posizioni espresse e nella trasparenza dei rapporti economici che collegano i gruppi coinvolti a chi informa, commenta o organizza il dibattito pubblico.

Analisti, consulenti, banche d’affari e studi professionali possono intrattenere rapporti commerciali del tutto legittimi con i soggetti coinvolti. Questo non rende inattendibili le loro analisi. Il lettore deve però conoscere gli eventuali rapporti rilevanti e poter distinguere l’informazione indipendente dal commento professionale, dal contenuto sponsorizzato e dalla comunicazione aziendale.

La stessa esigenza riguarda le fondazioni. Proprio il valore della loro attività rende indispensabile proteggerne l’autonomia. Il problema non è presumere che la gratitudine si trasformi in obbedienza, ma garantire che chi riceve un sostegno conservi la libertà di criticare anche il sistema economico dal quale quel sostegno proviene.

Un eventuale condizionamento potrebbe non avere bisogno di ordini. Potrebbe assumere la forma più discreta della prudenza: il timore di perdere un contributo futuro, la scelta di non compromettere una relazione, la rinuncia ad affrontare un argomento scomodo. Per questo servono maggiore trasparenza e una pluralità di finanziatori realmente autonomi, affinché nessun giornale, università, associazione o istituzione culturale debba dipendere in misura decisiva da un solo interlocutore.

La politica e il grande capitale possono sedersi alla stessa tavola senza commettere alcun illecito. I giornali possono raccogliere pubblicità e continuare a esercitare liberamente il proprio lavoro. Università, associazioni e istituzioni culturali possono ricevere finanziamenti senza rinunciare alla propria indipendenza. Ma quando intorno allo stesso soggetto convergono credito, risparmio, assicurazioni, occupazione, pubblicità, cultura e relazioni istituzionali, la domanda sull’autonomia di chi dovrebbe controllarlo, raccontarlo o contraddirlo non è complottismo: è interesse pubblico.

Il potere più efficace non è sempre quello che telefona per far cancellare un articolo, negare una sala o fermare un convegno. Talvolta è quello che non deve chiedere nulla, perché la forza delle relazioni induce gli altri a comprendere da soli fin dove sia conveniente spingersi.

Ed è qui che il silenzio della politica diventa il dato più difficile da ignorare. Se chi governa non indica i contrappesi prima che questa concentrazione si realizzi, domani potrebbe trovarsi davanti un interlocutore troppo importante per essere contraddetto e troppo presente per essere sostituito. A quel punto non servirà dimostrare che qualcuno abbia impartito un ordine. Basterà osservare quanti, attorno alla stessa tavola, avranno già imparato a non alzare la voce.

L’inchiesta continua domani con il denaro pubblico impiegato per salvare e risanare Monte dei Paschi di Siena. Ricostruiremo quanto lo Stato abbia investito, quanto abbia recuperato e perché, ora che MPS è tornata a produrre utili, il Governo non abbia indicato condizioni irrinunciabili né spiegato quale scelta tuteli davvero i contribuenti.

Seguite La Sintesi sui nostri social!

Potrebbe anche piacerti

error: © Riproduzione riservata