Dopo avere ricostruito gli effetti dell’OPAS di Intesa Sanpaolo su Monte dei Paschi di Siena sotto il profilo bancario, politico, occupazionale e territoriale, LaSintesi.online apre un nuovo fronte d’indagine: il possibile impatto sui conti pubblici, con un’analisi sviluppata dagli esperti contabili incaricati dalla Redazione, fondata sui dati contenuti nel progetto industriale e su ipotesi di lavoro esplicitamente dichiarate, mette a confronto il beneficio atteso dagli azionisti con il possibile saldo per Stato, INPS e territori. Non si tratta di una previsione ufficiale, ma di un’elaborazione tecnica costruita per misurare gli effetti potenziali dell’operazione (leggi qui le puntate precedenti).
Il progetto di Intesa Sanpaolo, presentato agli azionisti di MPS dopo il lancio dell’OPAS finalizzata all’acquisizione, allo scambio e alla successiva fusione, prevede 6.800 uscite e 6.800 nuove assunzioni entro il 2029. Sul piano numerico il saldo della forza lavoro sarebbe quindi pari a zero. Sul piano economico, però, il risultato è profondamente diverso: il piano industriale stima, infatti, una riduzione della spesa per il personale di circa 600 milioni di euro l’anno. È quindi ragionevole ritenere che, se lo stesso numero di lavoratori comporta un costo inferiore di tale entità, chi esce e chi entra non generino la stessa base contributiva e fiscale, come emerge dallo stesso progetto presentato dall’acquirente.
Secondo il piano progettuale, le uscite riguarderebbero circa 5.000 dipendenti di Intesa Sanpaolo e 1.800 di Monte dei Paschi di Siena, fermo restando che si tratta di un’ipotesi progettuale, poiché l’operazione è ancora sottoposta all’esame delle autorità competenti.
Tra i nuovi ingressi è prevista anche l’introduzione della figura del Global Advisor, per un totale di circa 2.700 posizioni. La documentazione dell’offerta indica un compenso fisso lordo annuo di 14.260 euro per un impegno di due giorni alla settimana, mentre la restante parte della remunerazione sarebbe collegata alle provvigioni e ai risultati commerciali conseguiti.
Il modello può offrire ai giovani un’opportunità di formazione e di accesso al settore bancario, ma non genera automaticamente la stessa base contributiva e fiscale di un rapporto di lavoro a tempo pieno con molti anni di anzianità. Un ragionamento analogo vale anche per le altre 4.100 assunzioni previste dal piano: è ragionevole ipotizzare che molti dei nuovi ingressi inizino il proprio percorso professionale con livelli retributivi e contributivi inferiori rispetto a quelli dei lavoratori in uscita, che possono contare su un’anzianità di servizio consolidata e su inquadramenti contrattuali economicamente più elevati.
Il ricambio generazionale può rappresentare una scelta pienamente legittima sotto il profilo industriale. Tuttavia, una massa salariale complessivamente più contenuta tende a generare una base imponibile inferiore e, di conseguenza, minori contributi previdenziali, minore IRPEF e minori addizionali regionali e comunali. Per la banca questo significa maggiore efficienza, raggiungimento degli obiettivi industriali e potenziale incremento della redditività a beneficio degli azionisti. Per lo Stato e per il sistema previdenziale, invece, può tradursi in un gettito contributivo e fiscale inferiore o, comunque, più incerto rispetto allo scenario precedente, con possibili riflessi su un sistema pensionistico già sottoposto a forti pressioni demografiche e finanziarie.
L’importo del risparmio sul costo del personale, quantificato dal piano industriale di Intesa, di 600 milioni di euro annui, non è costituito esclusivamente dagli stipendi. Comprende molto probabilmente, anche i contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, il trattamento di fine rapporto, la previdenza complementare, gli strumenti di welfare aziendale, gli accantonamenti e gli altri oneri direttamente collegati al costo del lavoro.
Per comprendere al meglio il conto economico del piano industriale di Intesa, abbiamo costruito uno scenario plausibile con l’obiettivo di non formulare una previsione, ma verificare quale ordine di grandezza potrebbe portare al minor gettito fiscale e contributivo ipotizzato.
Abbiamo ipotizzato uno scenario di riferimento nel quale la componente retributiva e contributiva rappresenta il 60% del risparmio complessivo sul costo del lavoro indicato da Intesa Sanpaolo. Su tale importo abbiamo applicato un’incidenza fiscale e contributiva complessiva del 35%, stimata in via approssimativa. Sulla base di queste ipotesi, il modello elaborato dagli esperti contabili incaricati dalla Redazione evidenzia un possibile minor gettito fiscale e contributivo per le casse pubbliche di circa 126 milioni di euro l’anno.
L’elaborazione non rappresenta una previsione sull’esito dell’operazione né un dato consuntivo. Il suo obiettivo è misurare come potrebbe modificarsi il saldo per le casse pubbliche, valutando gli effetti che una diversa composizione del costo del lavoro potrebbe produrre su contributi previdenziali, IRPEF e addizionali locali.
Una parte della ricchezza che oggi alimenta imposte e contributi, se il costo del lavoro dovesse ridursi nelle dimensioni previste dal piano di Intesa Sanpaolo, non si trasformerebbe automaticamente in maggiore ricchezza per il Paese né in nuovi consumi. Al contrario, una riduzione del reddito disponibile per una parte dei lavoratori potrebbe riflettersi anche sull’economia reale. Se chi esce dal mondo del lavoro dispone di minori risorse, il ristorante frequentato ogni settimana può diventare una spesa occasionale; meno clienti significano minori ricavi, minore gettito IVA e, in prospettiva, una riduzione degli utili imponibili. Lo stesso meccanismo può estendersi ad altri settori dell’economia locale, generando effetti che vanno oltre il solo bilancio dell’operazione bancaria.
L’effetto sull’economia dei territori non può essere quantificato con precisione senza conoscere la distribuzione geografica delle uscite, delle nuove assunzioni e della futura organizzazione della rete, che ci si augura non venga ridimensionata in modo significativo a seguito delle eventuali razionalizzazioni conseguenti all’integrazione.
La ricchezza prodotta non scompare necessariamente: può trasferirsi verso altri soggetti, altri comparti o altri territori. Tuttavia, un incremento di valore concentrato all’interno del nuovo gruppo non garantisce automaticamente un analogo aumento della ricchezza diffusa nelle comunità dalle quali quel valore trae origine. È proprio questa possibile redistribuzione degli effetti economici che rende necessario interrogarsi non soltanto sul rendimento dell’operazione per l’acquirente, ma anche sulle sue ricadute per i territori interessati.
A richiamare l’attenzione su questi possibili effetti è stato anche il presidente della Regione Marche, Francesco Acquaroli, esponente di Fratelli d’Italia, lo stesso partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenuto in passato sulle ricadute territoriali seguite alla riorganizzazione della rete bancaria dopo il passaggio degli sportelli UBI a BPER. In quell’occasione il governatore marchigiano espresse preoccupazione per il progressivo indebolimento del tessuto produttivo, per la riduzione dei presìdi bancari e per le possibili conseguenze sull’accesso al credito per famiglie e imprese.
Una presa di posizione che assume un particolare rilievo politico proprio perché proveniente da un esponente della stessa forza politica che oggi guida il Governo. Quel precedente non dimostra che analoghe conseguenze si verificheranno anche nell’eventuale integrazione tra Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi di Siena. Rappresenta però un elemento che richiama il dovere delle istituzioni di vigilare non soltanto sulla tutela dell’occupazione e della concorrenza, ma anche sulle possibili ricadute per i conti pubblici.
Quando una riorganizzazione riduce stabilmente la ricchezza distribuita sul territorio, infatti, gli effetti non si limitano al solo sistema produttivo. Minori redditi, minori investimenti e una minore attività economica si riflettono anche sul gettito fiscale, attraverso una riduzione delle imposte sul lavoro, dei consumi e dei redditi d’impresa. L’entità di tali effetti non è prevedibile oggi per domani, ma proprio per questo rappresenta uno degli aspetti che meriterebbero di essere valutati.
Il progetto industriale presentato da Intesa Sanpaolo prevede che, una volta completato il riassetto organizzativo e qualora il piano raggiunga gli obiettivi indicati, il nuovo gruppo possa beneficiare, a regime, di 1,5 miliardi di euro di minori costi e di 1,4 miliardi di euro di maggiori ricavi lordi rispetto alla base di riferimento del 2025. Si tratta delle sinergie economiche attese dall’operazione, il cui conseguimento dipenderà dall’effettiva realizzazione del piano e dall’evoluzione del contesto economico e di mercato.
Tradurre tali obiettivi in un effettivo gettito tributario è, però, molto più complesso. L’ammontare delle imposte che il nuovo gruppo potrà effettivamente versare dipenderà da una pluralità di fattori. Dipenderà, tra l’altro, anche dall’effettiva sostituzione del personale in uscita, dalla capacità delle nuove risorse di raggiungere nel tempo livelli di produttività e di sviluppo commerciale comparabili a quelli del personale sostituito, dall’utilizzo delle deduzioni e delle agevolazioni fiscali previste dalla normativa, dagli ammortamenti che potranno derivare anche dall’operazione di acquisizione, dai costi di ristrutturazione e, più in generale, dalla determinazione del reddito imponibile secondo la disciplina fiscale applicabile.
Proprio per questo motivo, la componente legata al lavoro consente una valutazione più solida rispetto a quella fondata sull’evoluzione futura degli utili. Le uscite, le nuove assunzioni e la riduzione del costo del personale sono infatti elementi già indicati nel piano industriale e rappresentano una base più concreta per stimare il possibile impatto sul gettito contributivo e fiscale. Oggi Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi di Siena versano le imposte come due soggetti distinti, ciascuno in funzione dei propri risultati economici e del rispettivo reddito imponibile.
È proprio da questo punto fermo che nasce la domanda centrale dell’inchiesta. Il gettito fiscale e contributivo che oggi Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi di Siena, che versano regolarmente allo Stato come soggetti distinti rappresenta una grandezza reale e misurabile. Se, almeno nel breve periodo, tale equilibrio dovesse risultare meno favorevole a seguito dell’integrazione, diventa legittimo domandarsi quale sia il vantaggio concreto che l’Erario si attende dall’operazione.
La questione assume un rilievo ancora maggiore perché il Ministero dell’Economia e delle Finanze riveste un duplice ruolo. Da un lato è l’autorità chiamata a vigilare sul corretto svolgimento dell’acquisizione; dall’altro è ancora l’azionista che, dopo il salvataggio pubblico di Monte dei Paschi di Siena avviato nel 2017, sta progressivamente uscendo dal capitale della banca. Per questo il suo interesse non può limitarsi alla regolarità dell’iter autorizzativo, ma riguarda anche la tutela delle risorse pubbliche impiegate e la possibilità di recuperare, come abbiamo ricostruito nei precedenti capitoli di questa inchiesta, tra il capitale investito nel salvataggio di MPS, i successivi interventi pubblici, le quote vendute e i dividendi finora incassati, non risulterebbe ancora recuperato integralmente l’investimento pubblico: resterebbe da recuperare un importo nell’ordine di circa quattro miliardi di euro, più la partecipazione residua di circa 2.100 miliardi, più la quota del 4,863% del capitale della banca.
Quando sono in gioco risorse pubbliche e il patrimonio dei contribuenti, la responsabilità di chi amministra il denaro dello Stato richiede trasparenza, rigore e decisioni motivate. A oltre sessanta giorni dal lancio dell’OPAS, il Governo continua, a mantenere una posizione di neutralità sull’operazione. Una scelta pienamente legittima sul piano istituzionale, che però non esonera il Ministero dell’Economia e delle Finanze dal dovere di valutare quale sia il beneficio complessivo per lo Stato e per i contribuenti. Anzi, proprio la neutralità rende questa verifica ancora più necessaria.
Se il Ministro Giorgetti, intende completare la dismissione della partecipazione in Monte dei Paschi di Siena, è legittimo attendersi che tale scelta sia sostenuta da una valutazione complessiva dell’interesse pubblico. Una valutazione che non può limitarsi al prezzo di cessione delle azioni, ma deve considerare il recupero dell’investimento sostenuto con risorse dei contribuenti, il possibile mantenimento del gettito fiscale, i dividendi che la partecipazione potrebbe continuare a generare, gli effetti sull’occupazione e sui territori, il livello di concorrenza del sistema bancario e il valore strategico rappresentato dalla banca più antica del mondo ancora in attività.
Nessuno di questi fattori, considerato isolatamente, è sufficiente a orientare una decisione di tale portata. È il loro equilibrio complessivo che avrebbe potuto giustificare, quantomeno, un confronto pubblico tra Governo, autorità competenti, istituzioni europee e soggetti coinvolti, per verificare se esistono soluzioni capaci di conciliare le esigenze del mercato con la tutela dell’interesse nazionale, del patrimonio economico dei contribuenti, della concorrenza bancaria e del lavoro, valore fondante della Repubblica ai sensi dell’articolo 1 della Costituzione. Perché la qualità dell’occupazione non si misura soltanto dal numero dei posti di lavoro, ma anche dalla loro stabilità, dalla sicurezza economica, dalle prospettive professionali e dalla dignità che il lavoro deve garantire alla persona.
Domani l’inchiesta di LaSintesi.online analizzerà le dichiarazioni rilasciate dai rappresentanti del Governo, dalle forze politiche, dalle autorità competenti e dagli organismi di vigilanza intervenuti, a vario titolo, sull’operazione. L’obiettivo sarà comprendere le ragioni delle scelte fin qui compiute e verificare se, in oltre sessanta giorni dal lancio dell’OPAS, qualcuno abbia realmente spiegato quale beneficio concreto questa operazione produrrà per lo Stato e per i contribuenti italiani. Perché è proprio a questa domanda che, prima del closing, i cittadini hanno il diritto di ricevere una risposta.
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