giovedì 13 Agosto 2026

Lavitola ammette: «Sono io il mandante di Ranucci»

Valter Lavitola avrebbe ammesso di aver commissionato l’attentato contro Sigfrido Ranucci 

Di Redazione
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Valter Lavitola avrebbe ammesso davanti al giudice di essere il mandante dell’attentato contro il conduttore di Report Sigfrido Ranucci. La rivelazione è arrivata al termine dell’interrogatorio di garanzia nel carcere romano di Rebibbia, dove l’ si trova dopo l’arresto eseguito dai carabinieri del Nucleo Investigativo nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma. A riferire il contenuto delle dichiarazioni è stato l’ Sergio Cola, che ha spiegato ai la versione fornita dal proprio assistito.

Secondo quanto riferito dal , Lavitola avrebbe confermato l’ipotesi accusatoria, assumendosi dunque la responsabilità di aver commissionato l’azione contro il . La motivazione che avrebbe fornito agli investigatori e al giudice, tuttavia, aggiunge un elemento particolarmente singolare alla vicenda. L’imprenditore avrebbe sostenuto di aver agito non con l’intenzione di colpire Ranucci, ma con l’obiettivo di proteggerlo da altri possibili attentati e di ottenere per lui un livello di sicurezza maggiore.

«L’ho fatto per il bene di Ranucci»

La spiegazione attribuita a Valter Lavitola ruota proprio attorno alla protezione del giornalista. Secondo il racconto fornito dal suo difensore, l’imprenditore avrebbe considerato particolarmente pericolose le minacce che, a suo giudizio, incombevano su Sigfrido Ranucci. L’attentato avrebbe quindi dovuto provocare una reazione delle autorità e determinare un innalzamento del dispositivo di sicurezza attorno al conduttore di Report.

«Lo ha fatto per il bene di Ranucci, perché era oggetto di attentati», ha spiegato l’avvocato Sergio Cola, sintetizzando la motivazione attribuita al proprio assistito. Secondo la ricostruzione del legale, Lavitola avrebbe ritenuto insufficiente la protezione di cui disponeva allora il giornalista e avrebbe pensato che un attentato avrebbe costretto le autorità a rafforzarla.

Il difensore ha inoltre collegato questa spiegazione a un dato concreto: dopo l’attentato, il dispositivo di sicurezza assegnato a Ranucci sarebbe aumentato sensibilmente. La scorta sarebbe passata da due a otto agenti, con una formazione definita «a ferro di cavallo». Per il legale, proprio questo risultato avrebbe rappresentato l’obiettivo perseguito da Lavitola, secondo la versione fornita durante l’interrogatorio.

Nessun movente politico, secondo la

Un altro punto centrale riguarda il possibile movente. L’avvocato Sergio Cola ha escluso, sulla base delle dichiarazioni del proprio assistito, una motivazione politica. L’attentato, secondo questa ricostruzione, non sarebbe nato dalla volontà di danneggiare il giornalistico di Sigfrido Ranucci né da un progetto politico contro il conduttore di Report.

«Valter Lavitola ha compiuto l’attentato non per un movente politico», ha riferito il penalista, aggiungendo che l’azione avrebbe potuto comunque produrre un effetto inatteso sulla popolarità del giornalista. La vicenda resta però al centro di un procedimento penale e le dichiarazioni dell’indagato rappresentano una versione difensiva che dovrà confrontarsi con gli elementi raccolti dalla Procura e con gli altri risultati dell’inchiesta.

Resta inoltre una domanda particolarmente delicata: Ranucci era a conoscenza del progetto attribuito a Lavitola? Su questo punto l’avvocato Cola ha scelto di non fornire ulteriori informazioni. «Su questo non dico assolutamente altro», ha risposto ai giornalisti, lasciando così aperto uno degli interrogativi più sensibili dell’intera vicenda.

L’indagine della Procura di Roma

L’inchiesta sull’attentato ha già portato all’arresto di diverse persone considerate dagli investigatori coinvolte nell’azione materiale. La Procura di Roma ha contestato a Valter Lavitola accuse particolarmente gravi, tra cui la strage e il concorso con gli altri soggetti coinvolti nell’attentato, oltre alle contestazioni legate al metodo mafioso. L’indagine ha seguito una serie di accertamenti condotti dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma e e coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia della Capitale.

Tra le persone coinvolte nell’inchiesta figura anche Gomes Clesio Tavares, indicato dagli investigatori come intermediario tra Lavitola e gli esecutori materiali. Secondo gli elementi raccolti durante le indagini, l’uomo avrebbe avuto un ruolo nei contatti con il gruppo incaricato di reperire l’esplosivo e realizzare l’attentato. Attualmente si troverebbe in Africa e gli inquirenti stanno valutando le procedure necessarie per ottenere la sua .

Gli investigatori hanno inoltre ricostruito alcuni passaggi precedenti all’attentato, compreso un sopralluogo nei pressi dell’abitazione di Sigfrido Ranucci. Gli accertamenti della Procura avevano già indicato Lavitola come presunto mandante dell’azione prima dell’ultima svolta giudiziaria. Ora la sua presunta ammissione modifica ulteriormente il quadro investigativo e pone nuovi interrogativi sulla reale finalità dell’operazione.

La protezione del giornalista al centro del racconto

La spiegazione fornita da Valter Lavitola presenta un elemento paradossale: secondo la sua versione, un attentato avrebbe dovuto servire proprio a proteggere la persona che ne sarebbe stata la vittima. Il ragionamento attribuito all’imprenditore parte dalla convinzione che Ranucci fosse esposto a minacce particolarmente pericolose e che soltanto un episodio grave avrebbe potuto spingere le autorità a rafforzare la sua scorta.

Questa ricostruzione dovrà ora essere valutata nell’ambito del procedimento giudiziario. La confessione riferita dal difensore non chiude infatti automaticamente l’inchiesta, perché restano da chiarire tutti gli aspetti dell’organizzazione dell’attentato, i rapporti tra i diversi soggetti coinvolti, le modalità con cui sarebbe maturata la decisione e l’eventuale conoscenza del progetto da parte di altre persone.

Particolare attenzione riguarderà anche il ruolo attribuito a Gomes Clesio Tavares e ai presunti esecutori materiali. Gli investigatori dovranno confrontare le dichiarazioni rese da Lavitola con le intercettazioni, gli accertamenti tecnici, i sopralluoghi documentati e tutti gli altri elementi già acquisiti nel corso dell’indagine. La versione dell’indagato rappresenta dunque un passaggio importante, ma non esaurisce il lavoro della magistratura.

Un nuovo capitolo nell’inchiesta su Ranucci

L’attentato contro Sigfrido Ranucci aveva già suscitato grande attenzione per la natura dell’azione e per il profilo della vittima, giornalista e conduttore di Report. L’inchiesta aveva successivamente portato gli investigatori verso una rete di rapporti che comprendeva gli esecutori materiali, un presunto intermediario e infine Valter Lavitola, indicato dalla Procura come mandante.

La nuova dichiarazione riferita dal difensore aggiunge ora un elemento destinato a incidere profondamente sul caso: Lavitola avrebbe ammesso il proprio ruolo, ma avrebbe attribuito all’azione una finalità di protezione nei confronti dello stesso Ranucci. Una motivazione che dovrà trovare riscontri concreti negli atti dell’inchiesta e che dovrà essere valutata dall’autorità giudiziaria insieme a tutte le altre circostanze.

Resta infine da chiarire se Sigfrido Ranucci sapesse qualcosa del progetto. L’avvocato Sergio Cola non ha voluto rispondere alla domanda, mantenendo il massimo riserbo su questo punto. L’interrogativo assume un peso particolare proprio alla luce della spiegazione fornita da Lavitola: se l’obiettivo dichiarato consisteva nell’aumentare la protezione del giornalista, occorrerà comprendere se qualcun altro fosse a conoscenza di quella strategia e quale ruolo abbia avuto nella sua ideazione.

L’inchiesta entra così in una , con una confessione che apre interrogativi ancora più complessi sulla genesi dell’attentato, sul rapporto tra Lavitola e Ranucci e sulle reali finalità dell’azione. Saranno ora gli accertamenti della magistratura a stabilire quali elementi della ricostruzione trovino conferma e quali responsabilità emergano definitivamente nel procedimento.

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