La Siria compie un nuovo passo nel difficile percorso di resa dei conti con il regime di Bashar al-Assad. Un tribunale di Damasco ha condannato a morte in contumacia l’ex presidente siriano, ritenuto responsabile di gravi crimini commessi durante gli anni della guerra civile. La decisione arriva a meno di due anni dalla caduta del regime e rappresenta uno dei momenti giudiziari più significativi della nuova fase politica del Paese. Bashar al-Assad, che non si trova in Siria e vive in Russia dopo la fuga da Damasco nel dicembre 2024, non ha quindi assistito personalmente alla lettura della sentenza.
Il tribunale ha riconosciuto l’ex presidente colpevole di crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati alla repressione esercitata durante il conflitto siriano. La condanna in contumacia assume soprattutto un valore giudiziario e politico, perché le autorità di Damasco non dispongono attualmente della possibilità materiale di eseguire la pena nei confronti dell’ex capo dello Stato. La sentenza, tuttavia, rafforza la richiesta di perseguire Assad anche sul piano internazionale. Le nuove autorità siriane puntano infatti a trasformare i procedimenti contro gli uomini del vecchio regime in uno dei principali strumenti attraverso cui ricostruire una responsabilità giudiziaria per le violenze avvenute nel Paese.
La fine del regime e la fuga in Russia
La condanna arriva dopo il crollo del sistema di potere costruito dalla famiglia Assad e durato per decenni. Nel dicembre 2024 una rapida offensiva delle forze ribelli portò alla conquista di importanti centri urbani e infine alla caduta di Damasco. Bashar al-Assad lasciò la capitale l’8 dicembre, mentre le strutture dello Stato siriano entravano rapidamente in una fase di disgregazione. L’ex presidente raggiunse successivamente la Russia, dove Mosca gli concesse asilo insieme ai suoi familiari.
La caduta arrivò dopo anni di guerra, devastazione economica e crescente indebolimento degli apparati militari che avevano sostenuto il regime. Anche gli alleati internazionali di Assad attraversavano una fase particolarmente difficile. La Russia concentrava una parte significativa delle proprie risorse sul conflitto in Ucraina, mentre l’Iran e Hezbollah avevano subito forti pressioni e perdite nel confronto regionale con Israele. In questo contesto, l’apparato militare siriano non riuscì a fermare l’avanzata delle forze dell’opposizione, aprendo la strada alla fuga dell’ex presidente.
La sentenza di Damasco arriva quindi al termine di un percorso giudiziario che le nuove autorità hanno avviato nei confronti di alcuni dei principali esponenti dell’apparato di sicurezza e repressione del vecchio regime. Il procedimento assume un peso particolare perché coinvolge direttamente figure che per anni hanno occupato posizioni centrali nella struttura di potere siriana. La nuova Siria vuole presentare il processo ai responsabili delle violenze come una risposta giudiziaria agli anni della repressione, anche se la presenza di imputati ancora fuori dal Paese rende estremamente complessa l’applicazione concreta delle condanne.
Condannato a morte anche Maher al-Assad
La decisione del tribunale non riguarda soltanto l’ex presidente. Anche Maher al-Assad, fratello di Bashar e figura di primo piano dell’apparato militare del precedente regime, ha ricevuto la condanna a morte in contumacia. Il suo nome compare da anni nelle accuse relative alla repressione delle proteste e alle operazioni militari condotte durante la guerra civile. Come il fratello, Maher si trova fuori dalla Siria e la sentenza non può quindi tradursi nell’immediata esecuzione della pena.
Il coinvolgimento di entrambi i fratelli Assad rende ancora più evidente la portata del procedimento. Il tribunale non ha concentrato l’attenzione soltanto sulle responsabilità individuali di funzionari di medio livello, ma ha raggiunto il vertice della struttura politica e militare che ha governato la Siria per decenni. La condanna dei due fratelli rappresenta dunque un passaggio simbolico di grande rilievo nella transizione politica siriana e nella ricerca di responsabilità per i crimini commessi durante il conflitto.
La pena di morte per Atif Najib
Nello stesso procedimento ha ricevuto la pena capitale anche Atif Najib, cugino di Bashar al-Assad ed ex responsabile della sicurezza politica nella provincia di Daraa. Il suo nome occupa un posto particolarmente importante nella storia dell’inizio della rivolta siriana del 2011. Daraa, nel sud del Paese, divenne infatti uno dei principali focolai delle proteste contro il regime e la repressione delle prime manifestazioni contribuì alla trasformazione della protesta in un conflitto destinato a durare anni.
Najib, arrestato dalle nuove autorità nel gennaio 2025, ha affrontato il procedimento direttamente davanti alla giustizia siriana. Il tribunale lo ha ritenuto responsabile di crimini contro l’umanità, tra cui omicidi, uccisioni intenzionali di minori di 15 anni e torture culminate nella morte delle vittime. La corte ha quindi stabilito per lui la pena più severa prevista dall’ordinamento siriano. La sua presenza in aula ha creato una netta differenza rispetto alla posizione di Assad e Maher, entrambi giudicati in assenza perché ancora fuori dal territorio nazionale.
Una sentenza destinata a pesare sul futuro della Siria
La condanna di Assad apre ora interrogativi importanti sul futuro della giustizia siriana e sui rapporti tra Damasco e Mosca. La sentenza ha valore immediato sul piano giudiziario interno, ma la sua applicazione nei confronti dell’ex presidente dipenderà dalla possibilità di ottenere la sua consegna o di arrivare a un eventuale procedimento in un altro Paese. La Siria chiede che Assad venga perseguito a livello internazionale, mentre la sua permanenza in Russia rende estremamente difficile ipotizzare, nel breve periodo, un ritorno dell’ex presidente davanti a un tribunale siriano.
Il procedimento rappresenta comunque una svolta rispetto al passato. Per decenni, le accuse contro i vertici del regime hanno trovato pochissimi spazi all’interno della giustizia siriana. Ora, dopo la caduta del potere degli Assad, le nuove autorità hanno iniziato a portare davanti ai giudici alcuni degli uomini accusati di aver partecipato alla repressione. La condanna a morte di Bashar al-Assad, Maher al-Assad e Atif Najib segna così uno dei capitoli più rilevanti della nuova fase giudiziaria della Siria.
La decisione non cancella le conseguenze di oltre un decennio di guerra e non può restituire alle vittime le persone perdute, ma stabilisce una precisa responsabilità giudiziaria nei confronti di alcune delle figure più importanti del vecchio apparato. Per la Siria, ancora alle prese con profonde divisioni politiche, sociali ed economiche, il tema della giustizia resterà centrale. Il modo in cui le nuove istituzioni gestiranno questi processi potrà influenzare non soltanto il rapporto con il passato, ma anche la possibilità di costruire un nuovo equilibrio politico nel Paese.
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