La gestione della comunicazione si sta rivelando un terreno insidioso per il ministro degli Esteri Antonio Tajani, finito più volte al centro delle polemiche per esternazioni giudicate infortunate. Tra gli episodi più contestati figurano le dichiarazioni di stampo patriarcale rilasciate sul palco di Itaca: nel tentare una metafora sulla stabilità politica, il leader azzurro si è lanciato in un bizzarro consiglio matrimoniale, suggerendo di evitare ragazze «appariscenti» e di preferire «una donna più seria, magari con la gonna un po’ più lunga». Una battuta che ha scatenato immediate accuse di sessismo da parte delle opposizioni.
Parallelamente, la condotta comunicativa sulle crisi estere ha generato forti perplessità. Durante le fasi acute delle tensioni in Medio Oriente, Tajani si è rivolto ai connazionali raccomandando di «non affacciarsi e non andare per strada» in caso di droni, aggiungendo che questi ultimi «vanno sempre nei garage». Incalzato a Tagadà su La7 sull’ovvietà dei suggerimenti, il ministro ha tentato di difendersi citando l’incendio della discoteca di Crans-Montana e suggerendo che le vittime avessero perso tempo a filmare. La conduttrice Tiziana Panella lo ha subito corretto ricordando le gravi violazioni delle norme di sicurezza e le uscite sbarrate, provocando una stizzita reazione del ministro contro i giornalisti.
Tra lapsus di calendario e le comparse a Washington
Il quadro si completa con una serie di passaggi a vuoto che spaziano dai lapsus verbali alle carenze informative. In una nota uscita, il responsabile della diplomazia italiana ha collocato l’attacco all’Iran in un inesistente «31 febbraio», per poi dichiararsi all’oscuro delle operazioni israeliane in Libano mentre i network internazionali ne mostravano già le immagini. A ciò si aggiungono la surreale telefonata all’ambasciatrice a Teheran («Oggi come sono stati i bombardamenti?») e la partecipazione come semplice “osservatore” alla prima riunione del Board of Peace a Washington: un vertice in cui il ministro è stato ritratto mentre maneggiava il cappellino targato Make America Great Again lasciato sugli scranni dagli organizzatori, finendo al centro di un duro scontro parlamentare sul prestigio della diplomazia italiana.





