E se provassimo, finalmente, a cambiare criterio?
Non più: «Da che parte stai?».
Ma: «Da che parte stanno la vita, la libertà, la dignità della persona?».
È una differenza enorme. Perché significa accettare una cosa apparentemente semplice e invece difficilissima: possiamo condannare due torti contemporaneamente.
Possiamo riconoscere le ragioni di una popolazione senza giustificare chi la rappresenta. Possiamo difendere un Paese aggredito senza trasformare ogni sua scelta in una scelta giusta. Possiamo condannare un regime senza pensare che chiunque lo combatta sia nel giusto.
Possiamo, insomma, smettere di essere tifosi a prescindere.
Posso condannare Hamas per il massacro del 7 ottobre, per l’uccisione di civili israeliani e stranieri e per la presa degli ostaggi. E posso, nello stesso identico momento, condannare le responsabilità del governo e delle forze israeliane quando le loro operazioni provocano la morte di civili e bambini palestinesi. Non sono due giudizi incompatibili. Sono due giudizi che derivano dallo stesso principio: una vita umana vale quanto un’altra.
E allora la domanda non può essere: «Se condanni Israele, sei contro gli ebrei?» oppure «Se condanni Hamas, sei contro i palestinesi?».
La domanda deve essere: «Quello che è stato fatto a degli esseri umani è giusto o sbagliato?».
Lo stesso criterio dovrebbe valere per l’Ucraina
La Russia ha invaso un Paese sovrano: è un fatto che non va relativizzato. Ma riconoscere la responsabilità di chi ha iniziato l’invasione non significa rinunciare al diritto di discutere criticamente anche le scelte dell’Ucraina e, in particolare, di Zelensky.
La guerra nel Donbas era iniziata nel 2014, prima dell’elezione di Zelensky, e gli accordi di Minsk del 2014 e 2015 prevedevano, tra le altre cose, decentralizzazione e uno status speciale per alcune aree di Donetsk e Luhansk. Non furono mai pienamente attuati e il loro fallimento coinvolse responsabilità diverse: ucraine, russe e delle forze separatiste.
È quindi legittimo interrogarsi sull’efficacia della strategia scelta dall’Ucraina e dai suoi alleati. L’invio di armi a Kiev non ha prodotto finora né il ritiro russo dai territori occupati né una soluzione politica.
La domanda è: fino a quando combattere, se l’obiettivo della riconquista di tutti i territori occupati appare ormai impossibile? La Russia mantiene il controllo della Crimea e di ampie parti di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson. Prenderne atto non significa legittimare le annessioni, ma riconoscere una realtà militare.
A un certo punto, se una guerra non può essere vinta alle condizioni che ci si era posti, trattare non significa necessariamente arrendersi. Può significare salvare vite, città e futuro del proprio Paese. È qui che nasce la mia critica a Zelensky: si può sostenere che una posizione massimalista non coincida più con l’interesse degli ucraini e chiedersi se Zelenskyj non agisca per un tornaconto politico personale.
Non significa accettare passivamente l’occupazione russa. Significa riconoscere che difendere il proprio popolo può voler dire, quando la realtà militare lo impone, avere il coraggio di cercare un compromesso. Una pace imperfetta può essere preferibile a una guerra senza fine.
Per questo non dobbiamo trasformare Zelensky in un simbolo intoccabile solo perché Putin ha commesso un’aggressione. Ma, allo stesso tempo, criticare Zelensky non può diventare un modo per cancellare la responsabilità originaria dell’invasione russa.
Due cose possono essere vere contemporaneamente. Ed è proprio questa la maturità che manca alla discussione pubblica.
Così sul Venezuela
Possiamo condannare la repressione politica e il disastro economico del regime di Maduro e persino considerare positivo il fatto che non sia più lui a governare, perché si è aperta almeno una possibilità per un futuro democratico del Venezuela.
Ma possiamo, allo stesso tempo, condannare l’operazione americana per la cattura di un capo di Stato straniero. Un’azione unilaterale degli Stati Uniti pone infatti una questione più grande: il rispetto della sovranità degli Stati e delle regole del diritto internazionale. Anche chi considera Maduro responsabile di gravi violazioni avrebbe potuto auspicare che fosse un percorso affidato alle istituzioni internazionali e a un quadro giuridico condiviso.
Ma va criticata anche l’assoluta inadeguatezza dell’ONU in questa fase storica. Perché se le istituzioni internazionali non riescono a intervenire quando un popolo soffre e vengono denunciate gravi violazioni dei diritti umani, il rischio è che alla fine siano le grandi potenze a decidere unilateralmente quando e come intervenire. E questo è un problema per tutti. Anche perché le grandi potenze intervengono per interessi economici e per il petrolio, non certo per salvare le popolazioni.
E vale per l’Iran
Possiamo condannare la repressione esercitata dalla Repubblica islamica contro chi manifesta, contro le donne che rivendicano la propria libertà, contro chi chiede diritti politici e civili.
Ma possiamo anche giudicare criticamente un’azione militare americana contro l’Iran, senza per questo diventare sostenitori del regime iraniano.
Se una bomba uccide un bambino, non diventa meno grave perché la bomba è stata sganciata dal nostro alleato.
E se un bambino viene ucciso dal nemico, non diventa più importante perché appartiene al nostro campo.
Questo dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi politica estera che voglia ancora chiamarsi umana.
E allora possiamo applicare lo stesso metro anche alla libertà individuale.
Posso condannare quei Paesi che considerano l’omosessualità un crimine o la donna giuridicamente o socialmente inferiore all’uomo.
Posso condannare gli estremismi religiosi che trasformano una fede in uno strumento di odio, violenza e sottomissione.
Ma posso farlo senza trasformare milioni di musulmani in un nemico collettivo. Un credente non è responsabile dei crimini commessi in nome della sua fede.
E poi Cuba
Posso condannare l’embargo americano e le conseguenze che produce sulla popolazione civile e, nello stesso tempo, condannare la repressione del regime cubano, le detenzioni arbitrarie, la limitazione della libertà di espressione e la presenza di prigionieri politici. Non devo scegliere tra Washington e L’Avana per difendere un cubano.
Ma facciamo anche un’ipotesi estrema: immaginiamo che tutta la drammatica condizione in cui vive oggi il popolo cubano sia responsabilità dell’embargo degli Stati Uniti.
Davanti a una popolazione stremata, senza elettricità e con difficoltà persino a procurarsi cibo e beni essenziali, siamo davvero sicuri che sia il popolo cubano a non voler cedere agli Stati Uniti, per una sorta di orgoglio nazionale?
Io conosco profondamente quel popolo e sono convinto del contrario: se la scelta fosse davvero nelle mani dei cubani, la stragrande maggioranza sceglierebbe un’apertura a Washington. Chi resiste davvero a quell’apertura? Non il popolo, ma la classe dirigente. E lo fa per una questione di potere: per conservare i propri privilegi e, soprattutto, per la propria sopravvivenza politica. Perché sa che una vera apertura significherebbe non soltanto perdere quei privilegi, ma anche dover fare i conti con le responsabilità accumulate in decenni di governo e con le conseguenze delle proprie scelte.
Ed è qui che vedo la violenza più grande: non soltanto imporre un’ideologia, ma lasciare che sia il popolo a pagarne il prezzo pur di preservare il potere di chi quell’ideologia la governa.
Quando il prezzo dell’ideologia lo paga il popolo, viene prima la sopravvivenza dei cittadini o la sopravvivenza di chi li governa?
Abbiamo costruito una politica internazionale in cui sembra quasi obbligatorio scegliere da che parte stare, anche quando nessuna delle due parti ci rappresenta davvero.
Invece dovremmo avere il coraggio di fare una cosa più semplice: chiederci non solo chi sia il nostro alleato, ma anche quando il nostro alleato sbaglia.
Non possiamo condannare i crimini degli avversari e trovare giustificazioni quando a commetterli è qualcuno che consideriamo «dei nostri».
Forse la vera alternativa alla politica delle tifoserie è tutta qui: avere lo stesso metro per tutti.
Non destra contro sinistra.
Non Oriente contro Occidente.
Non Israele contro Palestina.
Non America contro Russia.
Non cristiani contro musulmani.
Non progressisti contro conservatori.
Ma dignità contro umiliazione.
Libertà contro repressione.
Democrazia contro autoritarismo.
Vita contro morte.
E, alla fine, bene contro male.
Non il bene che appartiene a una parte.
Non il male che appartiene sempre agli altri.
Ma un principio universale che ci obblighi a guardare anche dentro il nostro stesso campo.
Perché forse il vero salto di civiltà non sarà trovare finalmente una parte che abbia sempre ragione.
Sarà smettere di cercarla.
E scegliere, ogni volta, l’umanità.
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