Mi sono visto praticamente tutti i video di Ulrich Siegmund, il giovane leader dell’AfD che ha appena portato il suo partito a un risultato storico in Sassonia-Anhalt. E più lo ascoltavo, più mi ponevo una domanda che considero urgente per la sinistra italiana: perché una parte così consistente dell’elettorato è disposta ad ascoltare una forza politica come l’AfD?
La domanda è importante proprio perché l’AfD non è una forza politica qualsiasi. È un partito che considero profondamente problematico e, per molti aspetti, preoccupante. La sua crescita deve essere osservata con attenzione, anche perché alcune delle sue posizioni toccano questioni identitarie e nazionaliste che possono produrre conseguenze molto serie per la democrazia liberale e per l’idea stessa di Europa.
Ma proprio per questo sarebbe un errore limitarsi a dire che l’AfD fa paura.
Una forza politica non si combatte soltanto spiegando quanto sia pericolosa. Si combatte anche comprendendo perché riesce a conquistare consenso.
Ed è qui che la comunicazione di Siegmund diventa interessante da analizzare, senza per questo diventare condivisibile.
Siegmund ha certamente alcuni tratti che ricordano Roberto Vannacci. Parla in modo diretto, utilizza un linguaggio semplice, cerca lo scontro con quello che presenta come establishment e soprattutto prova a spostare continuamente la discussione dai grandi temi ideologici alle preoccupazioni quotidiane degli elettori: sicurezza, immigrazione, costo della vita, servizi pubblici, controllo dei confini.
È una tecnica comunicativa molto efficace.
Il giornalista gli pone una domanda sull’estremismo, sulla storia dell’AfD, sulle sue posizioni più controverse. Lui risponde riportando la conversazione su ciò che una parte dell’elettorato considera concreto e immediato.
E così avviene un cortocircuito.
Il pubblico smette di domandarsi se l’AfD abbia ragione o torto e comincia a domandarsi se chi la sta intervistando sia davvero disposto ad ascoltarla.
È una dinamica pericolosa.
Perché quando la politica viene percepita come incapace di rispondere alle domande concrete, anche una forza radicale può riuscire a presentarsi come l’unica capace di farlo.
Questo non rende quelle risposte giuste.
Le rende semplicemente politicamente competitive.
Ed è una distinzione fondamentale.
Prendiamo l’immigrazione. L’AfD non propone soltanto slogan. Propone una linea politica estremamente dura: maggiori controlli alle frontiere, respingimenti, rimpatri, restrizioni sul diritto d’asilo e politiche riconducibili al concetto di «remigration».
Sono posizioni che possono e, a mio giudizio, devono essere contestate con forza. Non soltanto sul piano morale e politico, ma anche su quello giuridico, costituzionale ed europeo. Perché dietro parole apparentemente semplici si nascondono questioni enormemente complesse: chi deve essere rimpatriato? In quali condizioni? Verso quali Paesi? Con quali accordi? Con quali garanzie? Che cosa succede quando il diritto europeo o internazionale pone dei limiti?
Ma proprio qui sta il punto.
Bisogna contestare le proposte dell’AfD, non fingere che non esistano.
Se un cittadino percepisce un problema reale e la politica gli risponde soltanto che chi ne parla è fascista, quel cittadino potrebbe non cambiare idea.
Potrebbe semplicemente smettere di ascoltare chi gli sta parlando.
E questo è esattamente il terreno sul quale le destre radicali diventano più forti.
Perché possono raccontarsi come vittime di un sistema che non vuole ascoltarle. Possono trasformare ogni critica in una prova della propria estraneità all’establishment. Possono dire: «Non hanno argomenti, per questo ci attaccano».
È una narrazione semplicistica.
Ma una narrazione semplicistica può essere straordinariamente efficace.
Ed è proprio per questo che non va sottovalutata.
Il voto alla destra radicale e le domande della sinistra
Il risultato della Sassonia-Anhalt dovrebbe dunque preoccupare la sinistra non perché dimostri che l’AfD abbia ragione, ma perché dimostra che una parte enorme dell’elettorato è disponibile a darle fiducia.
E quando un partito arriva a superare il 40 per cento, non siamo più davanti a una semplice protesta marginale.
Siamo davanti a un fenomeno politico che non può essere liquidato come un incidente, né spiegato soltanto attraverso l’ignoranza o il radicalismo degli elettori.
Dire che milioni di persone votano male è molto più facile che chiedersi perché abbiano smesso di votare noi.
Questa dovrebbe essere la domanda centrale.
La sinistra deve avere il coraggio di distinguere due cose che troppo spesso vengono confuse: comprendere un fenomeno e giustificarlo.
Posso comprendere perché una persona sia preoccupata dall’immigrazione senza condividere la ricetta dell’AfD.
Posso riconoscere che esista un problema di sicurezza senza accettare una politica securitaria indiscriminata.
Posso capire che qualcuno chieda maggiore controllo delle frontiere senza considerare automaticamente accettabile qualsiasi politica di respingimento.
Posso persino riconoscere che una parte dell’elettorato sia esasperata dai tempi delle espulsioni senza accettare l’idea che il rispetto dei diritti fondamentali sia un ostacolo di cui liberarsi.
Questa è la politica.
Non dire semplicemente «hai torto».
Spiegare perché hai torto e quale alternativa concreta propongo io.
Se l’immigrazione è percepita come un problema, bisogna avere una politica migratoria credibile.
Se la sicurezza è percepita come un problema, bisogna avere una politica della sicurezza credibile.
Se le persone chiedono un maggiore controllo delle frontiere, bisogna spiegare quale controllo sia realmente possibile esercitare e con quali strumenti.
Se si parla di rimpatri, bisogna spiegare quanti siano realisticamente possibili, in quali tempi e attraverso quali accordi internazionali.
Se i cittadini hanno paura del futuro, bisogna parlare di lavoro, salari, casa, sanità, scuola, pensioni.
Non basta dire «mai». La politica deve saper dire «ecco come».
Tornare alla realtà per riconquistare gli elettori
E c’è un altro elemento che la sinistra dovrebbe comprendere.
Non può pensare di riconquistare gli elettori delle destre radicali trattandoli come persone da rieducare.
Un elettore non è necessariamente razzista perché ha paura dell’immigrazione.
Non è necessariamente fascista perché chiede più sicurezza.
Non è necessariamente antieuropeo perché critica alcune politiche dell’Unione europea.
Può semplicemente essere un cittadino che non trova più nelle forze progressiste una risposta convincente alle proprie paure.
Ed è proprio lì che la sinistra dovrebbe tornare.
Non a destra.
Alla realtà.
La risposta alla crescita dell’AfD non può essere l’AfD.
Non può essere copiarne il linguaggio, inseguirne le provocazioni o adottarne le categorie.
Ma non può nemmeno essere una superiorità morale esibita dall’alto verso il basso.
Perché una democrazia non si difende convincendo soltanto chi è già d’accordo con noi.
Si difende riuscendo a convincere anche chi oggi guarda altrove.
L’AfD va contrastata politicamente, culturalmente e democraticamente. E proprio perché rappresenta una forza che può fare paura, non bisogna regalarle il vantaggio di potersi presentare come l’unica voce capace di parlare dei problemi reali.
La vera sfida per la sinistra è molto più difficile della demonizzazione.
È tornare a parlare di ciò che preoccupa le persone prima che lo facciano altri.
Avere risposte concrete prima che arrivino gli slogan.
E soprattutto smettere di pensare che basti dire agli elettori chi non devono votare.
Bisogna tornare a spiegare loro, con la stessa forza e la stessa chiarezza, perché dovrebbero scegliere noi.
Perché il consenso non si sposta insultando chi lo possiede.
Si sposta offrendo una risposta più convincente.
E forse è proprio questa la lezione più importante che arriva dalla crescita dell’AfD: non che quella destra abbia trovato le risposte giuste, ma che ha intercettato domande alle quali gli altri non sono riusciti, fino in fondo, a rispondere.
E in politica, quando lasci una domanda senza risposta, prima o poi qualcun altro troverà il modo di rispondere al posto tuo.
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