Da anni la politica progressista commette un errore che rischia di pagar caro. Non tanto perché abbia risposte sbagliate, ma perché troppo spesso evita perfino di affrontare alcune domande.
Tra queste ce n’è una che riguarda il rapporto tra immigrazione, Islam radicale e sicurezza culturale. È un tema delicato, spesso affrontato con toni ideologici o semplificazioni. Eppure esiste. Ignorarlo non lo cancella. Lo consegna semplicemente a chi è disposto a cavalcarlo.
Occorre distinguere con chiarezza. L’Islam non è il fondamentalismo islamico. Milioni di musulmani vivono in Europa rispettando le leggi, lavorando, contribuendo alla crescita delle nostre società. Il problema non è la fede islamica. Il problema è l’integralismo che considera incompatibili valori come la libertà religiosa, la parità tra uomo e donna, i diritti delle persone omosessuali, la libertà di espressione.
Sono valori che costituiscono l’identità delle democrazie europee. Difenderli non significa essere razzisti o islamofobi. Significa difendere ciò che siamo.
La sinistra, però, troppo spesso ha affrontato questo argomento con imbarazzo. Per paura di alimentare sentimenti discriminatori ha finito per lasciare spazio a una narrazione opposta, quella secondo cui solo la destra sarebbe disposta a parlare di sicurezza, integrazione e difesa dei valori occidentali.
La politica, però, lascia raramente un vuoto. Se un tema viene rimosso, qualcun altro lo occupa.
È così che leader come Vannacci possono continuare a crescere nel consenso, perché intercettano un bisogno di risposte che molti cittadini avvertono.
C‘è poi un paradosso che meriterebbe maggiore attenzione. Una parte della comunità LGBTQ+, storicamente vicina ai partiti progressisti, comincia a guardare con crescente interesse a forze politiche considerate fino a ieri lontanissime.
È la conseguenza di una paura concreta: quella che l’affermazione di culture profondamente ostili ai diritti delle persone omosessuali possa mettere a rischio conquiste che sembravano ormai irreversibili.
In altri Paesi europei questo dibattito è già iniziato. In Spagna, ad esempio, una parte dell’elettorato LGBTQ+ guarda con maggiore attenzione a forze della destra radicale soprattutto quando il tema dominante diventa la sicurezza o il fondamentalismo religioso. Non è un fenomeno maggioritario né uniforme, ma è un segnale politico che merita di essere analizzato, non liquidato.
La politica è fatta di percezioni almeno quanto di statistiche. E la paura è probabilmente il più potente motore del consenso. Molto più della speranza.
Se una persona percepisce che qualcuno proteggerà la sua sicurezza, la sua libertà o il suo stile di vita, tenderà a premiarlo, anche se non ne condivide tutte le idee.
La sinistra dovrebbe recuperare la capacità di tenere insieme due principi che non sono incompatibili: il rispetto verso chi arriva nel nostro Paese e la difesa senza esitazioni dei valori costituzionali italiani ed europei.
Perché integrazione non significa rinunciare ai propri valori. Significa chiedere a chi entra nella nostra comunità di riconoscere che esistono diritti non negoziabili: l’uguaglianza tra uomini e donne, la libertà di coscienza, il rispetto delle minoranze, la tutela delle persone LGBTQ+, il rifiuto di ogni forma di violenza e di integralismo religioso.
Se la sinistra continuerà a evitare questa discussione, altri continueranno a farla al suo posto. E ogni volta che un problema reale viene trasformato in un tabù, a vincere non è mai chi tace. È sempre chi parla per primo.
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