giovedì 13 Agosto 2026
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Se le primarie non decidono la linea politica, allora a cosa servono?

C’è un equivoco di fondo nel dibattito sulle primarie. E riguarda una domanda molto semplice: che cosa devono decidere davvero gli elettori?

Di Rocco Casalino
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Se prima della consultazione si stabilisce tutto — programma, priorità, posizioni sui temi fondamentali — e poi ai cittadini si chiede soltanto di scegliere la persona che dovrà attuare quelle decisioni, allora bisogna avere il coraggio di dirlo: non stiamo facendo vere primarie. Stiamo scegliendo un fantoccio?

In base a cosa dovrebbero scegliere gli elettori tra Elly Schlein, Giuseppe Conte o qualsiasi altro candidato, se il programma viene deciso prima? In base al carisma? Alla simpatia? Alla capacità comunicativa? Perfino, perché no, all’estetica?

Non credo che questo possa essere il significato di una vera competizione democratica.

Le primarie dovrebbero essere, prima di tutto, un confronto tra diverse idee di Paese. Un momento nel quale i cittadini non scelgono soltanto chi li rappresenterà, ma anche quale direzione vogliono imprimere al del Paese.

È evidente che una coalizione debba partire da una base comune. Ci sono temi sui quali le diverse forze politiche devono necessariamente trovare una sintesi prima di presentarsi agli elettori. Ma non tutto può essere preventivamente neutralizzato in nome dell’unità.

Esistono questioni fondamentali sulle quali possono esserci visioni diverse. Ed è proprio su quelle che una competizione democratica dovrebbe consentire ai cittadini di scegliere.

Altrimenti si ripropone la vecchia concezione di una politica nella quale le decisioni vere spettano agli eletti, mentre ai cittadini viene riservato il compito di ratificarle. Una sorta di paternalismo politico: noi sappiamo quali sono le questioni importanti, noi decidiamo, voi ratificate e basta.

Ma se è così, perché coinvolgere i cittadini?

La politica dovrebbe fare esattamente il contrario: restituire loro la possibilità di incidere sulle scelte fondamentali.

Anche perché nessun programma elettorale può prevedere tutto ciò che accadrà durante una legislatura. Lo abbiamo imparato con il Covid. Lo stiamo imparando con la e con le trasformazioni dello scenario internazionale. Un presidente del Consiglio si trova inevitabilmente ad affrontare situazioni che nessuno aveva previsto al momento del voto.

E allora diventa fondamentale sapere quale cultura politica, quale sensibilità e quali priorità avrà chi sarà chiamato a governare.

Di fronte a un nuovo conflitto, per esempio, un presidente del Consiglio potrebbe ritenere prioritari il dialogo diplomatico e la ricerca di una soluzione negoziale. Un altro potrebbe considerare centrale il rafforzamento militare e il riarmo.

Sono due visioni politiche diverse. E non possono essere considerate semplici dettagli tecnici di un programma già scritto.

Su questioni di questa portata è giusto che siano i cittadini a scegliere.

Ma c’è una seconda ragione per cui credo che una competizione vera sia indispensabile: la capacità di mobilitare gli elettori.

Se l’obiettivo della coalizione alternativa alla è battere Giorgia Meloni, non basterà una sommatoria di partiti, percentuali e accordi di vertice. Servirà qualcosa di molto più difficile da costruire: entusiasmo.

Servirà dare agli elettori la sensazione di essere protagonisti di una scelta che conta davvero.

Una competizione politica autentica può produrre questo effetto. Perché quando milioni di persone discutono, si schierano, partecipano e alla fine scelgono un vincitore, quel vincitore non riceve soltanto una candidatura. Riceve una legittimazione politica e una forza che nessun accordo di vertice può regalargli.

È quello che abbiamo visto, almeno in parte, con Elly Schlein. Il confronto con Stefano Bonaccini alle primarie del Democratico è anche un confronto tra sensibilità e linee politiche differenti. Eppure si trattava di due candidati dello stesso partito.

La di Schlein contro il candidato sostenuto dai vertici del partito le ha dato, fin dal giorno dopo, una forza e una legittimazione politica completamente nuove. Da quel momento ha potuto guidare il Partito Democratico con una legittimazione che derivava direttamente dagli elettori delle primarie.

Sarebbe quindi paradossale che proprio chi è arrivata alla attraverso una scelta dal basso oggi considerasse quella stessa competizione un rischio da evitare.

Ed è altrettanto paradossale che all’interno dello stesso partito si sia potuto scegliere tra due diverse sensibilità e linee politiche e che invece non si voglia fare lo stesso quando la competizione riguarda leader appartenenti a partiti diversi.

Se crediamo davvero nelle primarie, dobbiamo accettarne fino in fondo la logica: non possono essere uno strumento per confermare una decisione già presa. Devono poter produrre una decisione diversa da quella immaginata dai vertici.

Altrimenti diventano una liturgia.

E la politica, di liturgie, ne ha già fin troppe.

Una scelta a tavolino avrebbe inoltre un effetto devastante sulla partecipazione. Se tutto è già deciso, perché un elettore dovrebbe mobilitarsi? Perché dovrebbe discutere, convincere altri, andare a votare?

Il rischio è alimentare ancora di più quella disaffezione che già porta milioni di cittadini a non votare.

Abbiamo invece bisogno del contrario: una vera sfida politica, capace di riaccendere interesse e passione.

Naturalmente una competizione vera implica anche una regola fondamentale: dopo il voto, si accetta il risultato.

È la logica delle primarie americane. Ci si confronta duramente, si sostengono posizioni diverse, si combatte per conquistare il consenso. Ma quando gli elettori hanno deciso, il risultato viene riconosciuto e tutti lavorano per la vittoria del candidato scelto.

È una regola che dovrebbe essere particolarmente familiare al Movimento 5 Stelle, perché appartiene alla sua storia e al suo DNA politico: le decisioni più importanti vengono sottoposte al voto degli e, una volta che la maggioranza si è espressa, anche chi era contrario deve rispettare quella decisione.

Se vogliamo costruire un’alternativa credibile alla destra, dobbiamo avere il coraggio di far scegliere davvero i cittadini. Con una partecipazione vera.

Non decidiamo prima tutto e poi scegliamo chi dovrà semplicemente eseguire.

Si trovi una sintesi sui temi generali, sui punti che rappresentano la base comune della coalizione. Ma sui grandi temi, sulle questioni che possono davvero cambiare il futuro del Paese, mettiamo in campo le diverse idee, confrontiamole e facciamole votare.

Siano gli elettori del campo progressista a decidere il proprio futuro. Siano loro a scegliere quale idea di Paese vogliono vedere realizzata.

Lasciamo che siano gli elettori a scegliere il leader e la direzione politica.

Poi, il giorno dopo, tutti si mettano al lavoro per vincere.

Perché la vera forza di chi dovrà sfidare Giorgia Meloni non nascerà da un accordo tra gruppi dirigenti.

Nascerà dalla legittimazione di milioni di cittadini.

Se vogliamo davvero battere Giorgia Meloni, non possiamo presentarci agli con una leadership debole, decisa nei palazzi e incastrata dentro un programma già definito.

Dobbiamo dare loro una ragione per tornare a votare, a partecipare, a credere che la loro scelta possa ancora cambiare il destino del Paese.

Perché la forza di chi sfiderà Meloni non nascerà da un accordo tra partiti. Nascerà da una scelta popolare che non si limiti a indicare un nome, ma che stabilisca anche una direzione politica.

E se quella scelta sarà davvero libera, partecipata e combattuta, potrà produrre qualcosa che nessun accordo di vertice è in grado di costruire: un’onda politica, una nuova , una speranza collettiva capace di travolgere la destra.

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