venerdì 26 Giugno 2026

Meloni e l’attrazione per i poteri forti

L'editoriale del Direttore Rocco Casalino

Da Rocco Casalino
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Con quel «mi ha fatto pena» di Donald Trump a , non è stata colpita soltanto la . È stata colpita l’immagine dell’Italia.

Molti tg accondiscendenti con il governo stanno cercando di salvare l’immagine della . Ci spiegano che il problema sarebbe Trump, il suo carattere, la sua imprevedibilità, il suo linguaggio sopra le righe. Ma è un modo comodo per evitare la domanda più importante: come si arriva al punto che il presidente degli Stati Uniti si senta nelle condizioni di parlare del capo del governo italiano in quei termini?

Il problema è la statura politica di Giorgia Meloni.
Fin dall’inizio si è avuta la percezione di una mancanza di coraggio e forza di fronte ai grandi centri di potere. Una ricerca costante di legittimazione, approvazione, riconoscimento. E quando un leader cerca troppo il riconoscimento degli altri, finisce inevitabilmente per indebolire il proprio.

Questa debolezza si è vista anche in Europa. Sul Patto di stabilità, accettato senza una vera battaglia politica che tutelasse in modo più netto l’interesse italiano. Ma soprattutto sul del cosiddetto “ReArm Europe”, dove Meloni si è sottomessa alla forza della Germania. È un che, così come costruito, rafforza soprattutto la Germania. La Germania infatti è il Paese con maggiore spazio fiscale e una struttura industriale già pronta a riconvertirsi rapidamente. L’Italia invece parte da una posizione di grande debolezza, avendo meno risorse disponibili, e rischia di diventare ultima in Europa per capacità militare.
In questo quadro Meloni poteva fare la differenza e non ha avuto il coraggio di farlo: poteva usare il suo peso politico per spingere verso una comune europea e non verso una somma di spese nazionali che accentuerà per sempre gli squilibri tra l’Italia e gli altri Paesi europei. Questa è la responsabilità più grande e grave di Giorgia Meloni. Ha condannato l’Italia a una debolezza strutturale sul piano militare, di cui pagheremo le conseguenze per sempre.
Per non parlare del rischio ulteriore, avendo permesso alla Germania di diventare una potenza militare in Europa, in uno scenario in cui un partito di estrema destra come l’AfD potrebbe arrivare al potere.

Lo stesso schema si ripete su altri dossier. Anche sul tema delle banche e degli extraprofitti, la sensazione è che quando si tratta di potenti lei eviti il conflitto in ogni modo.
E questo si riflette anche sul piano interno. Su immigrazione e sicurezza, che erano temi identitari forti della destra, molti si aspettavano una svolta netta, un cambio di passo reale. Il progetto Albania è stato un clamoroso ed è servito più sul piano comunicativo che reale, utile a distrarre dall’incapacità di trovare soluzioni concrete al problema. Lo stesso vale per il rapporto tra generazioni: non ha avuto il coraggio necessario per uno spostamento più deciso delle risorse verso i giovani, anche a costo di toccare equilibri consolidati. E i giovani continuano ad abbandonare il Paese in centinaia di migliaia: è una emergenza vera su cui Meloni non ha fatto nulla.

Non ha avuto il coraggio di riformare la pubblica amministrazione per non scontrarsi in modo importante con i . È evidente che ha imparato dal passato, quando Berlusconi andò contro i sindacati e pagò un prezzo politico. Ma così, senza coraggio, non cambi l’Italia.

Tutti i suoi elettori si aspettavano una discontinuità forte. Una destra capace di rompere alcuni schemi, non di adattarsi al perimetro esistente. Ed è anche per questo che il successo di figure come Vannacci intercetta un sentimento preciso: l’idea che non sia stata fatta una politica di rottura, ma una gestione più prudente e senza coraggio dei problemi.

In questa chiave, il risultato è che molti dei problemi strutturali del Paese restano invariati: la fuga dei giovani, la debole crescita, la difficoltà della pubblica amministrazione, la bassa mobilità sociale. L’Italia, per molti, non appare sostanzialmente cambiata, con tutti i problemi ancora lì.

Il punto politico di fondo resta sempre lo stesso: la mancanza di coraggio e la difficoltà a mantenere una posizione di forza di fronte ai centri di potere, interni ed esterni. Una leadership senza coraggio finisce per perdere capacità di incidere.

E così è stato anche al G7.
Quel “mi ha fatto pena” nasce da questo suo dimostrarsi debole e accondiscendente al potere.

Dopo gli di Trump al Papa, lei avrebbe dovuto aspettare che fosse Trump a cercare una ricucitura, anche perché in quel momento era lui a essere in difficoltà sul piano simbolico e politico, con il Papa su una posizione netta. Papa Leone XIV ha dato una lezione chiara: non si è piegato a Trump, ma ha ribadito con fermezza la propria posizione. In quel contesto Meloni era in una posizione di forza, anche perché percepita come schierata a difesa del Santo Padre. Quale occasione migliore, allora, per mettere Trump in difficoltà, sapendo quanto tenga al consenso dell’elettorato cattolico nelle prossime elezioni. Inoltre Trump era anche in una posizione di debolezza, essendo per tutto il mondo uscito da perdente con l’accordo con l’Iran.
Invece Giorgia Meloni al G7, come si vede chiaramente dai vari video, era lì davvero a supplicare Trump di attenzione, come se l’Italia avesse qualcosa da farsi perdonare.

Per questo quel «mi ha fatto pena» è così devastante. Perché era la stessa percezione che abbiamo avuto tutti quando abbiamo Meloni al G7. L’arroganza di Trump è nota. Ma le immagini fotografano uno squilibrio. Restituiscono l’idea di un rapporto in cui uno si percepisce in posizione dominante e l’altro in posizione di debolezza politica. In diplomazia, spesso il danno maggiore non è l’episodio in sé, ma l’immagine che lascia.

E mentre all’estero questa vicenda viene letta come un problema politico per la leadership italiana, in Italia si tenta di minimizzare, spostando l’attenzione sul carattere di Trump.

Il confronto con altri leader europei è evidente. Gli altri leader rappresentano il proprio Paese senza piegarsi. Non rincorrono legittimazione: la esercitano.

La mancanza di statura da statista di Meloni la paga l’Italia. La sua attrazione per il consenso dei potenti e una linea politica spesso ondivaga oggi presentano il conto.

Giuseppe Conte, ad esempio, per formazione, autorevolezza e statura intellettuale, è riuscito naturalmente a muoversi su un piano diverso: è quella statura che ha consentito di ottenere risultati come i 209 miliardi del PNRR e che ha permesso di rapportarsi ai grandi centri di potere in un rapporto di forza, senza complessi di inferiorità. I potenti percepivano la sua superiorità intellettuale e ne subivano il fascino e anche una certa sudditanza psicologica.

Ed è qui che si vede la differenza tra leadership. Esistono leader che vivono il rapporto con il potere con debolezza e sudditanza. Ed altri che lo vivono come esercizio di forza istituzionale.

Durante il governo Conte, il rapporto con i grandi poteri economici e internazionali non era impostato sulla ricerca di approvazione personale. Con interlocutori italiani e globali il punto era sempre lo stesso: il rispetto del ruolo istituzionale prima del prestigio personale degli interlocutori. Non una questione di forma, ma di equilibrio.

Da quella impostazione è derivata una credibilità che ha contribuito a risultati concreti per il Paese, a partire dai 209 miliardi del PNRR. Le grandi negoziazioni non si vincono inseguendo i potenti, ma dimostrando di poter tenere una posizione.

Per questo la vicenda Trump-Meloni non può essere archiviata come una semplice gaffe o come l’ennesima provocazione americana. È il sintomo di una leadership che fatica a consolidare autorevolezza proprio nel momento in cui l’Italia ne avrebbe più bisogno.

E quando una leadership perde autorevolezza, il prezzo non lo paga solo chi la esercita. Lo paga il Paese intero.

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