Un’uscita in perfetto stile Cetto La Qualunque, con la promessa di cancellare d’un tratto la tassa più odiata dagli automobilisti pur di strappare applausi e voti. A caccia di consenso immediato in vista delle prossime scadenze elettorali, il governo guidato da Giorgia Meloni rilancia sul fisco e trasforma lo stop al bollo auto nel proprio manifesto propagandistico. Nel testo della Manovra prende forma l’ampliamento della misura varata a settembre: la platea dei beneficiari si allarga fino a comprendere i veicoli con potenza fino a 133kW per le famiglie numerose con almeno 4 figli, superando di gran lunga il precedente limite degli 80kW.
Una mossa ad altissimo impatto popolare che va a coprire oltre il 73% dei nuclei proprietari di un veicolo, portando una boccata d’ossigeno alle fasce meno abbienti. Come certificato dall’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), l’azzeramento del tributo per il 2027 — unito ai tagli sulle accise disposti durante l’anno — sterilizza circa la metà del peso dei rincari dei carburanti registrati nel 2026 su una tassa che gravava fino a sei volte di più sulle famiglie indigenti rispetto ai ceti agiati.
Il bluff del “bollo cancellato” e il buco milionario dal 2028
Dietro le luci dello spot a favore dei contribuenti si nascondono però le fortissime ombre dei saldi di bilancio e l’impossibilità oggettiva di mantenere la promessa nel tempo. L’Upb ha infatti fatto saltare il banco, lanciando un allarme rosso sulla sostenibilità dell’intervento: se per il 2027 la misura verrà tamponata in extremis attingendo ai fondi in avanzo del Pnrr, per il 2028 e il 2029 le coperture finanziarie semplicemente non esistono.
Il tentativo dell’esecutivo di vendere il taglio come una riforma “strutturale” si scontra così con una realtà contabile del tutto indeterminata. Senza fondi certi per gli anni a venire, lo slogan melonian-qualunquista dell’azzeramento della tassa automobilistica rischia di rivelarsi una cambiale in bianco destinata a trasformarsi in un amaro e inevitabile rincaro subito dopo la chiusura delle urne.
Il trappolone per le Regioni: spese a carico dei cittadini
A complicare il quadro è il devastante corto circuito generato sulle casse degli enti locali. Il bollo rappresenta una delle entrate d’oro principali per i bilanci delle Regioni, che ora si vedranno azzerato il gettito diretto per vederlo sostituito da indefiniti trasferimenti da parte di Roma.
Un meccanismo perverso denunciato con chiarezza dall’Autorità dei conti pubblici: a poche settimane dalla riforma che aveva rafforzato l’autonomia del tributo, il congelamento calato dall’alto rischia di “cristallizzare a carico del bilancio statale” le maggiorazioni decise in passato dalle singole giunte regionali. Il risultato politico e finanziario è paradossale: i costi delle scelte locali verranno scaricati sulla fiscalità generale, svuotando di senso la responsabilità degli enti e lasciando incerti i criteri di compensazione, con il concreto rischio di far saltare la tenuta dei conti pubblici.

