La vittoria del “No” al Referendum della Giustizia era solo l’inizio. Giorgia Meloni si trova asserragliata a Palazzo Chigi, delusa e irritata da tutti coloro che, proprio intorno a lei, hanno agito “con leggerezza” rendendo più semplice la vittoria delle opposizioni. Dopo gli sgambetti di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, la premier si trova a dover far fronte anche alla prova di forza di Daniela Santanché.
Se il Sottosegretario alla Giustizia e la Capo di Gabinetto di Carlo Nordio non hanno esitato a rinunciare ai loro ruoli, la ministra del Turismo resta attaccata alla sua poltrona. “Io non ho alcuna sensibilità” avrebbe detto ai suoi secondo un’indiscrezione de Il Giornale dopo aver saputo della nota pubblica in cui Meloni ha chiesto le sue dimissioni.
Santanché ha deciso di fronteggiare la Presidente del Consiglio, prendendosi qualche ora più del dovuto prima di dare la sua risposta. Una vera e propria sfida alla leadership della premier, che ora è scoperta davanti agli attacchi delle opposizioni. “Se non controlla i suoi, come si fa a credere che sia forte?” si è chiesto Matteo Renzi, rinfocolando il dibattito. Un tiro mancino che rischia di mettere la Presidente del Consiglio ancora più in difficoltà, portando lo scontro proprio all’interno della maggioranza.
La strategia di Meloni
Meloni vuole “fare pulizia”, riconoscendo che il tema della Giustizia è sempre stato caro alla destra per cui è necessario eliminare dalle proprie fila i volti di chi può creare problemi. Santanchè, tra il caso Visibilia, le contestazioni sui bilanci e la presunta truffa all’Inps, non rappresenta proprio un esempio eccelso. Il garantismo sembra essere dimenticato in nome della possibilità di mantenere in vita questo governo almeno fino al traguardo dei quattro anni e mezzo.
Di fronte allo scontro in privato, con la ministra che non ha accolto le considerazione della capo di governo, Meloni ha deciso di mostrarsi più dura, aprendosi però anche ad un possibile contraccolpo. Chiedere pubblicamente le dimissioni di un ministro significa anche dover fare i conti con un suo possibile “No”. Il secondo, dopo quello del referendum. In ogni caso, per il 30 novembre è pronto il voto di sfiducia su Santanché. Ma se la maggioranza dovesse partecipare contro un proprio ministro, il governo Meloni scriverebbe un precedente pesante.
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