“Non ho difficoltà a dire ‘obbedisco‘ e a fare quello che mi chiedi“. Sono queste le parole scelte dalla ministra del Turismo, Daniela Santanchè, per annunciare le sue dimissioni in una lettera aperta alla premier Giorgia Meloni. Una scelta linguistica interessante che sembra voler dimostrare la sua totale sottomissione all’egemonia meloniana, cancellando qualunque prova di una possibile sfida alla sua leadership.
Quell'”obbedisco”, però, ha una storia più antica di quanto si possa immaginare. Sembra che la pitonessa del governo Meloni abbia voluto attingere ad un repertorio appartenente a Giuseppe Garibaldi, il quale avrebbe pronunciato una frase piuttosto simile il 9 agosto 1866. Subito dopo la vittoria italiana di Bezzecca, che aveva come obiettivo la liberazione del Veneto e del Trentino dall’impero austro-ungarico, il generale stava avanzando con le sue truppe verso Trento. A fermarlo fu solamente un comando del generale Alfonso La Marmora, che gli intimò di ritirarsi in vista dell’imminente armistizio.
Garibaldi rispose con “obbedisco” via telegramma. Lo stesso oggi conservato presso l’Archivio di Stato a Torino e che spesso viene erroneamente attribuito ad una risposta del re Vittorio Emanuele II in occasione dell’incontro di Teano del 26 ottobre 1860. Chissà se Santanché sia mai passata davanti a quella teca, se abbia mai osservato quel telegramma, rimanendone così colpita da decidere di utilizzarlo proprio nei confronti della sua capo di governo. Una situazione ben diversa, e meno eroica, di quella per cui fu inizialmente utilizzato.
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