“Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande”.
Sono le parole di Chiara Mocchi, la docente accoltellata da un tredicenne a Trescore Balneario, affidate a una lettera dettata dal letto d’ospedale al suo legale, l’avvocato Angelo Lino Murtas.
“Questa ferita sia un ponte”
“Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori”.
La prof ricorda l’aggressione: “Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi”.
“Non porto rabbia nel cuore”
Nel messaggio, Mocchi rivolge quindi un pensiero agli studenti “che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati”, e li ringrazi come ringrazia i colleghi, i soccorritori, i medici e le forze dell’ordine: “Subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità”.
E conclude: “A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima”.
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