Il governo italiano alza il livello di allerta sulla missione Unifil in Libano e chiede all’Onu un cambio immediato delle regole d’ingaggio o, in alternativa, il ritiro del contingente, in anticipo rispetto a quello già programmato per il prossimo dicembre. È il senso della lettera inviata dal ministro della Difesa Guido Crosetto al segretario generale delle Nazioni Unite, maturata in coordinamento con partner europei come Francia e Spagna. L’obiettivo è chiaro: evitare che i militari restino esposti a un conflitto ormai fuori controllo, lontano dalla natura originaria della missione di peacekeeping.
Contesto instabile
La richiesta arriva dopo che, nella giornata del 2 aprile, un razzo ha colpito la base di Shama, quartier generale del contingente italiano nel sud del Libano. Secondo fonti italiane, si tratterebbe di un colpo partito da Hezbollah e probabilmente non diretto contro la missione, ma il contesto resta altamente instabile.
Dal 2 marzo l’escalation tra Israele e le milizie ha trasformato l’area in un teatro di guerra: Unifil si trova “nel mezzo”, impegnata a garantire la sicurezza dell’area e assistenza alla popolazione civile. Un compito sempre più arduo, per il quale Unifil ha già pagato un tributo di sangue: il 30 marzo, tre caschi blu del contingente indonesiano sono rimasti uccisi a causa di uno scontro a fuoco e di un’esplosione che ha distrutto il loro veicolo.
Il vertice a Palazzo Chigi
Il tema del ritiro delle truppe è stato affrontato in una riunione a Palazzo Chigi con la premier Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e i vertici dell’intelligence.
A metà marzo sono già stati rimpatriati 106 operatori civili, mentre una nave della Marina è pronta per un’eventuale evacuazione dei circa 1.300 militari italiani presenti, compresi i 1.160 di Unifil.
Nel vertice si è discusso anche della situazione nello Stretto di Hormuz, dopo i contatti con i partner europei: Roma valuta un eventuale contributo a una missione multilaterale solo in presenza di un cessate il fuoco e di un mandato esplicito delle Nazioni Unite. Una linea che implica il via libera del Consiglio di sicurezza, dove però non ci si aspettano regali da Russia e Cina.
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