Nel suo nuovo libro “Una nuova primavera“, Giuseppe Conte torna all’origine della sua avventura politica e racconta come tutto è iniziato con una telefonata inattesa. È il 2013 quando riceve la chiamata di Alfonso Bonafede, allora deputato del Movimento 5 Stelle e in seguito ministro della Giustizia, che gli propone di entrare in una rosa di candidati per un incarico nella giustizia amministrativa. “Siamo intenzionati a nominare persone indipendenti, serie, solide. A questo scopo, stiamo raccogliendo dei curricula. Se lei fosse disponibile…”.
Conte non era iscritto al Movimento e non lo aveva mai votato. Guardava la politica da osservatore, con curiosità ma senza appartenenza. Decide comunque di accettare la proposta e inviare il curriculum. Dopo alcune settimane arriva la notizia che cambia tutto: la scelta è caduta su di lui anche grazie alle “valutazioni positive di Stefano Rodotà”. Un passaggio che nel libro assume un valore simbolico, perché il giurista rappresentava, in quel momento, una figura di grande autorevolezza e una speranza di rinnovamento.
Da lì prende forma un’esperienza intensa dentro il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Conte rivendica di aver lavorato con autonomia, senza piegarsi a logiche di partito. “Mi sono spesso ritrovato ad andare controcorrente, esposto al rischio di essere percepito come l’elemento scomodo”, scrive. Racconta battaglie sulla trasparenza, voti contrari a nomine ritenute inadeguate e un clima non sempre facile, segnato anche da momenti di isolamento.
Nel libro insiste su un punto preciso: l’assenza di pressioni politiche. “Mai nessuna pressione o segnalazione mi è arrivata dal Movimento”, afferma, sottolineando di aver vissuto quegli anni come membro laico autonomo e indipendente.
Poi il racconto si sposta al 2018, quando si lavora alla formazione del governo dopo la vittoria delle elezioni politiche dello stesso anno. Conte decide di cercare una figura autorevole per il ministero dell’Economia. Dopo diversi tentativi andati a vuoto, prova con l’economista Carlo Cottarelli. I due si incontrano all’antico Caffè Greco, nel cuore di Roma. Lì arriva la proposta, ma la risposta è negativa. Un rifiuto netto che non ferma il progetto politico, ma che segna uno dei momenti più delicati della nascita del suo primo esecutivo.
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