Dopo la conferenza di Parigi sulla navigazione marittima a Hormuz, Giorgia Meloni ha annunciato di essere pronta a mandare nello Stretto unità navali. Una delle operazioni che le navi italiane compierebbero in quel tratto di mare sarebbe lo “sminamento”.
Come funzionano i cacciamine?
Grazie al raffinato sistema sonar, che utilizza il suono per rilevare oggetti sott’acqua, le imbarcazioni italiane sono in grado di rilevare la presenza di mine nei fondali.
Il principio di funzionamento è semplice: emettono onde sonore nell’acqua, le onde rimbalzano sugli oggetti e, misurando quanto tempo l’eco impiega a tornare, calcolano la distanza o la posizione di un oggetto. Una volta individuato un oggetto estraneo, un drone subacqueo consente di identificare la natura del corpo rilevato.
In caso di ordigni entrano in azioni i palombari della Marina militare specializzati nel disinnesco. In alternativa questa missione può essere compiuta dagli stessi droni subacquei.
L’Italia possiede otto imbarcazioni di questa tipologia e si trovano nella base di La Spezia: si tratta di navi lunghe cinquanta metri e larghe dieci, per cinquecento tonnellate di peso, dotate di scafi con scarsa traccia magnetica. L’equipaggio si compone di circa cinquanta uomini.
A bordo c’è anche una camera iperbarica, per trattare eventuali embolie del personale e per trattare eventuali emergenze mediche.
Quanta è vasta l’area che i cacciamine possono mappare?
Generalmente in una giornata tipo un cacciamine mappa un’area fino a dieci miglia quadrate di campo minato, in base alla zona in cui si opera.
I cacciamine però, spesso non agiscono da soli ma hanno bisogno di una nave logistica di appoggio e di una fregata.
I cacciamine a Hormuz
Non sarebbe la prima volta che l’Italia manda i suoi cacciamine a Hormuz: durante la prima crisi del Golfo, nel 1987, queste navi militari hanno rintracciato migliaia di detonatori.
Il loro utilizzo non è relegato ai soli fini strettamente bellici ma sono state utilizzate lungo le coste italiane per disinnescare eventuali ordigni risalenti alla seconda guerra mondiale.
La Difesa sta continuando a investire su questo mezzi, che nei prossimi anni dovrebbero arricchire il nostro arsenale.
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