La Marina militare è pronta a intervenire nello Stretto di Hormuz, ma solo quando le armi taceranno. Il messaggio del capo di Stato maggiore, ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, è chiaro: “lo sminamento è un’operazione delicata, che richiede condizioni di sicurezza e un contesto senza combattimenti in corso”.
Lo stretto di Hormuz resta uno dei punti più sensibili per il commercio globale. Da lì passa una quota enorme del traffico energetico mondiale. Per questo la libertà di navigazione è una priorità strategica. L’Italia, ha spiegato Bergotto davanti alla Commissione Difesa della Camera, dispone di una capacità di sminamento solida e aggiornata.
La flotta conta otto cacciamine in vetroresina costruiti negli anni Novanta e sottoposti a interventi di ammodernamento. Oggi queste unità sono dotate di tecnologie avanzate, con sistemi a pilotaggio remoto e strumenti autonomi in grado di cercare e neutralizzare gli ordigni senza esporre l’equipaggio a pericoli diretti. Una trasformazione che punta a ridurre i rischi per il personale e a rendere le operazioni più efficaci.
Ma resta un limite preciso. Entrare in un’area minata durante un conflitto aperto non è possibile. In quel caso la priorità cambia: si passa alla difesa delle navi mercantili e alla scorta dei convogli, specie contro la minaccia dei barchini ostili che possono colpire il traffico civile. La linea della Marina è prudente ma netta. Le navi sono pronte a partire su indicazione del governo e l’addestramento non si ferma. Bergotto lo ha detto senza giri di parole: i rischi esistono sempre, ma il compito delle forze navali è tenerli sotto controllo e farsi trovare pronte quando arriverà il momento di agire.
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