(Adnkronos) – Quando Tucker Carlson ha pubblicato il suo lungo monologo sull’Iran, molti a Washington lo hanno liquidato come uno sfogo passeggero. Carlson aveva fatto campagna per Trump nel 2024, lo aveva difeso per anni davanti a milioni di telespettatori su Fox News e stava ancora consigliando la Casa Bianca fino a poche settimane prima. Poi, in 43 minuti di monologo trasmesso sul suo canale, ha detto di essere “tormentato” per averlo sostenuto e ha definito la guerra in Iran “assolutamente disgustosa e malvagia”. Non era una critica tattica. Era una rottura. Per capire cosa sta succedendo davvero dentro il partito repubblicano, Adnkronos ha parlato con Larry Sabato, fondatore di Sabato’s Crystal Ball all’Università della Virginia e uno degli analisti elettorali più autorevoli degli Stati Uniti.
Sabato segue i sondaggi da decenni, ha attraversato ogni ciclo elettorale americano dagli anni Settanta in poi e conosce i meccanismi interni del partito repubblicano con una profondità che pochi altri analisti possono vantare. La sua lettura è precisa, ancorata ai numeri, e per certi versi va contro la narrativa dominante di queste settimane. “Trump sta affondando – dice Sabato – In alcuni sondaggi è sceso nella fascia bassa del 30% di approvazione”. È un numero che non si vedeva da tempo, e che per un presidente al secondo mandato, con una maggioranza al Congresso, rappresenta un segnale di allarme reale. I dati confermano la sua lettura.
L’ultimo sondaggio Cnbc ha misurato l’approvazione di Trump sull’economia al 39%, con il 60% di disapprovazione: il risultato più basso registrato in entrambi i suoi mandati, in calo di dieci punti rispetto al trimestre precedente. Sul conflitto in Iran il giudizio è ancora più severo: il 37% approva, il 63% disapprova. Secondo Pew Research, solo il 27% degli americani sostiene la maggior parte delle politiche e dei piani del presidente, contro il 35% di quando è tornato alla Casa Bianca l’anno scorso. Il 48% degli americani dice di sentirsi meno sicuro a causa della guerra con l’Iran. Il 64% ritiene che il conflitto non valga il peso economico e l’aumento del prezzo della benzina che ha provocato.
Tre fattori spiegano il calo, secondo l’analista: la guerra in Iran, il prezzo della benzina e il costo degli alimentari. “Gas e prezzi alti del cibo, insieme a una guerra profondamente impopolare, spiegano questo crollo”, dice. Ma è qui che l’analisi di Sabato diventa più utile di quanto i titoli degli ultimi giorni lascino intendere. Le defezioni di Carlson, della ex deputata Maga Marjorie Taylor Greene e del complottista Alex Jones, per quanto rumorose, non raccontano la storia che sembra. “I Maga sono ancora con lui, tra l’80 e l’85%. Non fatevi ingannare dalle defezioni di qualche leader”.
I dati gli danno ragione. Il sondaggio Cnbc mostra che gli elettori Maga mantengono un’approvazione del 96% nei confronti di Trump. Nel frattempo, Thomas Massie, deputato repubblicano del Kentucky, ha scritto su X che è “contrario a questa guerra” perché “non è America First” e ha annunciato che lavorerà con il democratico Ro Khanna per forzare un voto del Congresso sul conflitto, come previsto dalla Costituzione, e togliere a Trump la possibilità di continuare il conflitto in Iran.
L’analisi del sondaggista di Cnn Harry Enten ha mostrato che il sostegno dei repubblicani Maga si attesta al 100%. Chi si sta allontanando è qualcun altro. “Sono i repubblicani tradizionali, quelli che votavano il partito prima che Trump ne prendesse il controllo, a sganciarsi in parte”, spiega Sabato.
I dati confermano: il supporto dei repubblicani non Maga è sceso di 19 punti, al 60%. Jay Campbell, partner di Hart Research e sondaggista democratico, è netto: “Il divario di entusiasmo di quest’anno assomiglia molto al 2022, solo al contrario. A marzo 2022 i repubblicani avevano un vantaggio di otto punti nell’interesse per le elezioni. Quest’anno i democratici hanno un vantaggio di tredici punti. E se il costo dell’energia continuasse a salire per tutto l’anno, come si aspettano molti economisti, renderebbe gli elettori democratici ancora più arrabbiati e quelli repubblicani ancora più sfiduciati”, spiega all’Adnkronos.
Il problema più serio per la Casa Bianca, secondo Sabato, è però altrove: “Il problema più grande per Trump sono gli indipendenti. Ne hanno abbastanza di lui. Tre quarti di loro disapprovano il suo operato in alcuni sondaggi”. Sono gli elettori che decidono gli swing state, e in questo momento i numeri dicono che non sono soddisfatti. Solo il 15% degli indipendenti dice che voterà per candidati repubblicani nel 2026, secondo Brookings Institution. I gruppi che nel 2024 si erano spostati verso Trump, i latinoamericani, i giovani uomini, i bianchi senza laurea, stanno esprimendo una disapprovazione netta sia sulla guerra che sull’economia.
La previsione di Sabato sul futuro immediato è ancorata a due variabili concrete: “Se la guerra finisse entro tempi non troppo lunghi e se il prezzo della benzina tornasse a tre dollari, o anche tre dollari e mezzo al gallone, l’approvazione di Trump potrebbe risalire al quaranta per cento. Non è un buon risultato, ma sarebbe sufficiente per sostenerlo politicamente”. La domanda che tiene occupata Washington riguarda però il dopo. Se il malcontento continuasse a crescere, chi nel partito repubblicano sarebbe in grado di raccogliere quel voto? La questione della successione, che fino a pochi mesi fa sembrava una conversazione prematura, è diventata il tema più discusso nei salotti e negli uffici del partito. Trump stesso ha cominciato a sondare il terreno, chiedendo informalmente ai suoi consiglieri e ai donor chi preferirebbero come successore. Il suo gioco preferito in queste settimane, raccontano diverse fonti a Axios, è chiedere: J. D. Vance o Marco Rubio? Sabato esclude subito Vance: “Vance non riesce a separarsi da Trump”. Il vicepresidente ha costruito la sua intera carriera politica recente sull’adesione totale al trumpismo, prima come critico feroce durante il primo mandato, poi come sostenitore entusiasta. Oggi la sua identità pubblica è talmente sovrapposta a quella del presidente che qualsiasi tentativo di prendere le distanze lo esporrebbe ad attacchi immediati dalla stessa base che dovrebbe raccogliere. Vance ha pubblicamente sostenuto la guerra in Iran, nonostante secondo alcune fonti nutra dubbi in privato, e ha difeso in ogni circostanza le scelte del presidente. Il problema, per lui, è che questa fedeltà assoluta lo espone nel momento in cui Trump è in difficoltà. I dati del CPAC, il raduno annuale dei conservatori americani, raccontano molto: Vance ha preso il 53% del voto nel sondaggio interno, in calo dal 61% dell’anno scorso. Rubio è passato dal 3% al 35%.
Il nome che Sabato indica come possibile punto di riferimento è quello di Rubio: “Forse lui potrebbe farcela”. Il segretario di Stato, primo latinoamericano a ricoprire quel ruolo nella storia degli Stati Uniti, ha un profilo costruito su basi diverse da quelle di Vance. È entrato in politica prima di Trump, ha una storia autonoma, ha perso contro di lui alle primarie del 2016 e poi ha saputo riposizionarsi senza sembrare un opportunista puro. In questi mesi di guerra Rubio è stato al centro della scena: segretario di Stato, consigliere per la sicurezza nazionale ad interim, figura pubblica dell’amministrazione sulle questioni più difficili. Alcuni consiglieri della Casa Bianca lo stanno già promuovendo privatamente come candidato per il 2028.
“È leale, straordinariamente intelligente, articolato e molto esperto”, ha detto un alto funzionario della Casa Bianca a Politico. Trump stesso lo ha elogiato pubblicamente in più occasioni: “Passerà alla storia come il miglior segretario di Stato che questo paese abbia mai avuto”. Rubio però si è già impegnato pubblicamente a sostenere Vance se il vicepresidente dovesse correre. “Se JD Vance si candida alla presidenza, sarà il nostro candidato e sarò tra i primi a sostenerlo”, ha detto a Vanity Fair. I due sono amici stretti, hanno servito insieme al Senato, e i loro capi di gabinetto si conoscono da anni.
La partita per il 2028 è aperta, ma non si giocherà prima delle elezioni di metà mandato. Sabato torna a citare il novembre 2026 come il vero spartiacque. “Rivolgetemi la domanda dopo le elezioni di metà mandato. Vediamo chi si comporta bene e quali nuove figure emergono”. È il momento in cui si misurerà lo stato reale del partito: se i repubblicani perdessero la Camera o il Senato, la pressione sul presidente cambierebbe di natura e lo spazio per figure alternative si aprirebbe in modo concreto. Se invece il partito reggesse, le voci critiche di Carlson e Greene rimarrebbero quello che Sabato già adesso tende a considerare: rumore, non segnale. Per ora, aspetta novembre. (di Angelo Paura)
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