Gli attivisti della Global Sumud Flotilla sono stati sottoposti a “40 ore di crudeltà deliberata” dalle Forze di Difesa israeliane (Idf). Calci e pugni, naso rotto e costole incrinate, ferite sanguinanti. È la furia delle unità militari di Tel Aviv, che si è scatenata dopo che l’equipaggio ha protestato pacificamente per l’arresto di Thiago Ávila e Saif Abukeshek, membri del comitato direttivo della missione. Non contenti, hanno costretto i partecipanti a dormire per terra, nonostante la pavimentazione delle imbarcazioni fosse allagata. Senza una quantità di cibo e acqua adeguata. Una tortura accompagnata dai colpi di arma da fuoco, sparati per intimorire i passeggeri.
“La polizia greca”, denunciano gli organizzatori, “sta trattenendo il nostro equipaggio ferito sugli autobus, negando loro la libertà di andarsene”. Cresce inoltre la preoccupazione per Ávila e Abukeshek – il primo brasiliano, il secondo di origini palestinesi e residente in Spagna –. I due attivisti sono trattenuti nel carcere di Shikma e hanno incontrato i loro avvocati nel pomeriggio.
I legali hanno denunciato “violenze fisiche e detenzione prolungata in posizioni forzate”, da parte delle Idf, “durante i due giorni trascorsi in mare”. Domani mattina dovrebbero presentarsi in tribunale per l’udienza relativa alla proroga del fermo. E così, ora, sessanta attivisti – Thiago e Saif inclusi – sono in sciopero della fame, di fronte all’indifferenza internazionale.
Il timido ammonimento
Mentre decine di cittadini europei – di tutte le età – vengono torturati, il silenzio dei vertici internazionali fa rumore. Dal mancato intervento delle autorità greche prima dell’abbordaggio al timido ammonimento siglato da Italia e Germania dopo l’arresto degli attivisti. “Se permettono la brutalità israeliana qui”, riflettono i membri della Global Sumud Flotilla, “è ormai evidente che non la ostacoleranno mai in Palestina, né altrove”. E sono iniziative violente che, fino a quando ci si limiterà a firmare rimproveri e condannare con fatui post sui social, proseguiranno inevitabilmente impunite.
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