“Siamo pronti a mettere a disposizione l’esperienza acquisita nelle missioni navali europee”. Sono le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani, riguardanti l’operazione di sminamento delle acque di Hormuz. Peccato però che rimane una questione importante: nessuno – nemmeno gli iraniani, avevano confermato funzionari americani al New York Times lo scorso mese – ha chiaro quante mine siano abbandonate nello stretto. Dunque, per tornare ai flussi di navigazioni precedenti all’escalation nel Golfo, ci vorranno mesi.
Due cacciamine italiane sono in viaggio verso Gibuti. Si tratta della Crotone e della Rimini, partite il 15 maggio dall’aeroporto di Augusta. Tuttavia, affinché inizi formalmente l’operazione, saranno necessarie tre condizioni imprescindibili: la fine della guerra tra Stati Uniti e Iran, un mandato internazionale operativo e l’autorizzazione del Parlamento. Nel frattempo, le due imbarcazioni sono state raggiunte dalle unità dotate di un sistema di difesa aerea, dunque il Montecuccoli e la nave logistica Atlante. Presente anche la fregata Rizzo, già impegnata nella missione Aspides in Medio Oriente, approvata nel febbraio del 2024 dall’Unione Europea e volta alla protezione della navigazione dalle rappresaglie degli Houthi.
Una volta ottenuto il via libera, verranno impiegati quattrocento soldati della Marina. Un impegno consistente, che tuttavia deve fare i conti anche con gli attacchi da parte di attori non statali. Lo stesso ministro della Difesa Guido Crosetto ha ammesso che bastano poche azioni di ostruzionismo per rendere ancora più complicato lo sminamento.
Sforzi che non bastano, peraltro, a risolvere il nodo della crisi energetica: circa un’ottantina di infrastrutture sono state danneggiate dai bombardamenti. Tra queste, la raffineria di gas liquefatto di Ras Laffan, in Qatar. Da qui arriva quasi il 5% del fabbisogno europeo e il 10% di quello italiano. Per sopperire alla mancata disponibilità, il Governo si è rivolto agli Stati Uniti. Ma i primi carichi arriveranno solo a giugno.
Teheran ieri, durante i colloqui con Washington, ha concesso il passaggio a 33 navi. Tra petroliere, portacontainer e mercantili. “Stimiamo un mese per i flussi petroliferi e dai tre a i sei mesi per i prodotti raffinati, chimici e alluminio”, ha spiegato Gregorio De Felice, capo economico di Intesa Sanpaolo. Le concrete conseguenze dell’escalation, quindi, non hanno ancora raggiunto il loro apice. Soprattutto nel Beloaese. E, nel frattempo, circa un migliaio di navi del valore di 24 miliardi di dollari di trasporto sono impantanate alla soglia dello Stretto di Hormuz.
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