mercoledì 27 Maggio 2026

“Per il nucleare serviranno almeno 10 anni”: perché le centrali in Italia non sono una risposta al caro energia

Tra norme, impianti e consenso dei territori, il ritorno dell’atomo resta una prospettiva lontana e gli stabilimenti non saranno pronti in tempi brevi

Da Alessio Matta
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Il nucleare come risposta immediata al caro energia. Più che un piano pronto all’uso, oggi sembra una scommessa sul futuro. Il governo continua a indicare l’atomo come una delle strade per ridurre il costo delle bollette e rendere il Paese più competitivo, ma i tempi restano lunghi. Anche chi sostiene con forza il ritorno alla fissione ammette che prima di vedere un reattore acceso in Italia passerà almeno un decennio.

A dirlo è stato anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, intervenendo l’8 maggio a un convegno sull’energia in Sardegna: «Benissimo le nuove tecnologie, come il nucleare perché crediamo che comunque quella sia la via, ma serviranno 10 anni».

Una filiera tutta da ricostruire

Il nodo non riguarda solo la politica. Approvare una legge delega è il primo passo, ma poi bisogna ricostruire un’intera filiera industriale, scegliere le tecnologie, gestire il tema delle scorie e trovare territori disposti a ospitare gli impianti. In un Paese che impiega anni per autorizzare un parco fotovoltaico, immaginare tempi rapidi per una centrale atomica appare difficile. Sullo sfondo resta anche l’ipotesi di un nuovo referendum sul tema.

A lavorare sul dossier è Nuclitalia, nata un anno fa con la partecipazione di Enel, Ansaldo Energia e Leonardo. L’obiettivo è individuare le tecnologie più adatte, soprattutto nel campo degli Smr, i piccoli reattori modulari considerati da molti la nuova frontiera del settore. Gli esperti stanno selezionando due o tre modelli tra decine di progetti esistenti.

Ma anche qui i problemi non mancano. «Al momento si possono ordinare alla Cina o alla Russia», spiega a Repubblica Stefano Monti. «E c’è un Smr di progettazione statunitense in costruzione in Canada, che abbiamo recentemente visitato con una delegazione parlamentare. Ma non esiste ancora un vero mercato per questi reattori. La disponibilità di una filiera di Smr in Europa è attesa a partire dal 2030».

Il problema dei territori

Anche trovata la tecnologia, resterebbe da sciogliere la questione più delicata: dove costruire gli impianti. Il consenso delle comunità locali pesa ovunque, non solo in Italia. Negli Stati Uniti, secondo un sondaggio Gallup, oltre metà della popolazione è contraria ad avere una centrale vicino casa.

Per questo i nuovi reattori stanno nascendo soprattutto in Paesi dove il confronto con i territori pesa meno, come Cina, India, Russia o Turchia. Orsini ha assicurato che molte imprese italiane «sono disponibili a ospitare piccoli reattori». Resta da capire cosa ne pensino i cittadini che vivono accanto alle aree industriali.

Intanto una parte del mondo produttivo guarda altrove. Confapi, che rappresenta piccole e medie imprese private, considera il nucleare una prospettiva troppo lontana. «Non siamo contrari al nucleare, ma non ci sembra una soluzione per il breve termine», dice Massimo Marengo. «Vogliamo poter produrre energia rinnovabile per l’autoconsumo e accumularla con le batterie industriali. È l’unico modo, per essere competitivi, abbassando i costi della bolletta elettrica oggi». Non tra dieci anni.

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