Donald Trump esulta per l’intesa con l’Iran, ma il risultato appare molto lontano dagli obiettivi annunciati da Washington.
Il testo non è ancora pubblico e molti dettagli restano da definire. Quel che è certo è che il regime iraniano resta in piedi, lo Stretto di Hormuz riapre dopo essere diventato una nuova arma negoziale di Teheran e l’accordo sul nucleare, ancora lontano, sarà probabilmente peggiore di quello ottenuto da Barack Obama nel 2015 e stracciato da Trump nel 2018, durante il suo primo mandato.
Il memorandum
Il memorandum annunciato dalla Casa Bianca non è stato ancora reso pubblico ma, come ha spiegato il vicepresidente americano JD Vance, è un documento di una pagina e mezza, privo dunque di dettagli operativi. Si tratta di un’intesa provvisoria volta a fermare una guerra costosissima per entrambe le parti in causa e per l’economia globale e ad aprire sessanta giorni di negoziati, nella speranza che siano risolutivi.
Donald Trump, convinto dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, aveva promesso una rapida capitolazione del regime e la fine del programma nucleare iraniano. Si trova ora a dover esaltare un accordo che tutti gli analisti considerano una sconfitta strategica per gli Stati Uniti.
L’accordo del 2015
Il confronto tra Trump e Obama, suo detestato predecessore, è inevitabile. Il vecchio accordo sul nucleare iraniano fu abbandonato proprio da Trump nel 2018, durante il suo primo mandato. Firmato nel 2015, il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) era un’intesa dettagliata, con limiti all’arricchimento dell’uranio, ispezioni internazionali condotte dall’Aiea e riduzione delle centrifughe iraniane.
«È dubbio che qualsiasi accordo che emerga sia significativamente diverso o rappresenti un miglioramento sostanziale rispetto a quello che avevamo già», ha detto Obama ad Abc News, e con lui concordano molti analisti.
La decisione unilaterale di stracciare il JCPOA è stata peraltro ciò che ha spinto a riprendere e accelerare i programmi di arricchimento dell’uranio.
Volker: “Non risolve davvero nulla”
Anche Kurt Volker, ex ambasciatore statunitense presso la Nato, invita alla cautela. A suo giudizio, l’attuale accordo «non risolve realmente nulla» ed è soltanto «un memorandum temporaneo per preparare nuovi negoziati».
Volker prevede che l’Iran cercherà di mantenere sia il programma di arricchimento sia le scorte di uranio già accumulate. Inoltre, Teheran proverà a rivendicare una qualche forma di controllo sullo Stretto di Hormuz, trasformato durante la crisi in una leva strategica sul traffico petrolifero mondiale. Prima della crisi, Hormuz era già aperto. Dopo la guerra, la sua riapertura diventa parte dell’accordo, e potrebbe essere soggetta a tariffe.
Sanzioni e sblocco dei fondi
Come nel vecchio JCPOA, anche una nuova intesa richiederà probabilmente un alleggerimento delle sanzioni. Teheran vuole sbloccare miliardi di dollari, mentre Washington nega alcune cifre circolate negli ultimi giorni ma ammette che un accordo più ampio potrebbe prevedere benefici economici consistenti e la rimozione o l’alleggerimento delle sanzioni sul petrolio iraniano.
I toni trionfalistici della Casa Bianca sono volti a guadagnare consenso in vista delle elezioni di midterm, ma non ingannano gli esperti né gli elettori più razionali. Gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra promettendo risultati che non sono andati neppure vicini a raggiungere. Per ora hanno ottenuto una tregua, nuovi colloqui e un’intesa ancora tutta da scrivere.
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