domenica 30 Agosto 2026
Giuseppe Conte

Tutte le false accuse della Commissione Covid contro Giuseppe Conte

Le indagini volute dalla maggioranza sulla gestione della pandemia hanno chiarito che i dubbi sollevati contro l'ex premier erano infondati

Di Redazione
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Le accuse avanzate nella Commissione contro Giuseppe Conte fanno acqua da tutte le parti. Analizzando punto per punto quanto contestato all’ insediato a Palazzo Chigi durante la pandemia, emerge una realtà ben diversa da quella che l’attuale vuole far credere.

In primo luogo, si è parlato di «monopolio cinese sulle mascherine». Questo non è mai successo. Nel 2020, quando la diffusione del costrinse i cittadini a indossarle, l’Italia non produceva una quantità di mascherine tale da soddisfare la richiesta divenuta improvvisamente ingente. Il Governo Conte, che affidò l’incarico a Domenico Arcuri, in un primo momento recuperò un quarto delle mascherine dalla Cina per un totale di 10,5 miliardi di pezzi. Di questi, solo il 7,6% – quindi 800 milioni – vennero contestati. Ma a fine luglio il Paese aveva già raggiunto un’ di produzione e dunque la partnership con Pechino cessò di esistere.

Riguardo poi alla contestazione, la Commissione Covid sostiene che le «mascherine cinesi» fossero «farlocche e pericolose». Anche questo non è vero. Tutte le mascherine importate dalla Cina sono passate prima al vaglio dei controlli di Cts e Dogane. Ci fu poi una segnalazione anonima, che fece attivare la Procura di Gorizia. Circa 60 milioni di mascherine vennero sequestrate perché non Ffp2. Ma si trattava comunque di dispositivi sicuri – Kn95 –, dotate della stessa capacità protettiva. Tanto che il gup di Roma finì per archiviare il caso.

C’è poi chi sostiene che le mascherine cinesi fossero «pagate due, tre, quattro volte i prezzi di » e che Giuseppe Conte «favorì il suo socio di studio Di Donna». Rispetto al primo punto, secondo l’, l’Italia pagò le mascherine meno della metà rispetto alla Germania e due terzi rispetto alla Francia. Mentre per quanto riguarda il nodo di Luca Di Donna, con quest’ultimo il del M5S aveva già interrotto qualsiasi rapporto una volta conclusa la collaborazione presso lo studio Alpa e avviato il percorso politico. E lo hanno confermato anche i Carabinieri, che durante le indagini hanno affermato: «Non sono state rilevate conversazioni intrattenute dal Di Donna con l’ex presidente del Consiglio».

Per concludere, rispetto alla tesi di FdI e del testimone Dario Bianchi – amministratore delegato di JC-Electronics a Colleferro – secondo cui le «mascherine cinesi» avrebbero avuto priorità su «quelle meno care di Bianchi», l’ex commissario Arcuri è già stato archiviato dal Tribunale civile di Roma. La , infatti, aveva predisposto un contratto da 22 milioni di euro con Bianchi per 20 milioni di Kn95, ma Arcuri aveva scoperto che la ditta aveva consegnato solo 15% dei pezzi. Di conseguenza, aveva chiesto la rescissione del contratto per «inadempienza».

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