Ratko Mladic è morto all’Aia all’età di 84 anni. L’ex generale serbo-bosniaco, condannato all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, era detenuto in un centro penitenziario nei Paesi Bassi. Malato da tempo, aveva subito negli ultimi anni un ictus e un infarto. La sua morte chiude la parabola giudiziaria e militare di una delle figure più controverse della dissoluzione della Jugoslavia. Mladic è stato tra i principali comandanti delle forze serbo-bosniache durante la guerra in Bosnia-Erzegovina e considerato responsabile di alcuni dei peggiori crimini commessi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.
Il ruolo nella guerra in Bosnia
Mladic assunse il comando dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina nel 1992, dopo l’inizio del conflitto seguito alla dichiarazione d’indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Rimase comandante delle forze della Republika Srpska fino al 1996. Sotto il suo comando furono condotte operazioni militari contro la popolazione non serba. Il generale presentò le proprie azioni come una difesa del popolo serbo, alimentando una narrazione fondata sul conflitto tra comunità serbe e musulmane. Il suo nome è legato soprattutto a due episodi simbolo della guerra: l’assedio di Sarajevo e il massacro di Srebrenica.
Srebrenica, il genocidio
Nel luglio 1995 le forze serbo-bosniache conquistarono Srebrenica, allora enclave musulmana dichiarata area protetta dalle Nazioni Unite. Uomini e ragazzi bosgnacchi furono separati dalle donne e dai bambini, trasferiti in diversi luoghi e uccisi sistematicamente. Le vittime furono circa 8.000. I corpi vennero sepolti in fosse comuni e, in alcuni casi, successivamente trasferiti nel tentativo di occultare le dimensioni del massacro. Srebrenica è stata riconosciuta come genocidio dai tribunali internazionali e rappresenta il più grave massacro avvenuto in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.
L’assedio di Sarajevo
Mladic fu inoltre tra i principali responsabili dell’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni. La capitale bosniaca venne sottoposta a bombardamenti e attacchi che provocarono migliaia di vittime civili. Secondo le stime del Research and Documentation Center di Sarajevo, durante l’assedio furono uccisi 11.541 abitanti, tra cui 1.601 bambini.
Sedici anni di latitanza
Dopo la fine della guerra, Mladic rimase ricercato per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Riuscì a sottrarsi alla cattura per quasi sedici anni, nonostante le numerose segnalazioni sulla sua presenza in Serbia. Fu arrestato il 26 maggio 2011 a Lazarevo, nel nord della Serbia, dove si nascondeva nella casa di campagna di un cugino. Durante una delle prime udienze dichiarò: «Io sono il generale Ratko Mladic. Il mondo intero sa chi sono».
La condanna all’ergastolo
Nel corso del processo davanti al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, Mladic respinse le accuse e sostenne di aver agito per difendere il proprio Paese e il popolo serbo. I suoi legali chiesero l’assoluzione, contestando la responsabilità del generale per gli eccidi di massa e denunciando quello che definirono un pregiudizio anti-serbo. Nel novembre 2017 arrivò la condanna all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Nel 2021 la sentenza venne confermata in appello. La morte all’Aia arriva dunque mentre Mladic stava scontando la pena per i crimini commessi durante la guerra di Bosnia.
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