Il centrodestra ha trovato un’intesa sulle preferenze. L’emendamento proposto da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Udc vede anche il sostegno di Lega e Forza Italia. Tra le varie criticità, però, il testo solleva nuovamente il problema della parità di genere, poiché cancella il seguente passaggio del Rosatellum: «Nel complesso delle liste nei collegi plurinominali presentate da ciascuna lista a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato nella posizione di capolista in misura superiore al sessanta per cento, con arrotondamento all’unità più prossima».
Non solo, specifica: «Il numero dei candidati è, in ogni caso, pari a sette, compreso il capolista. Nella successione dei candidati delle liste nei collegi plurinominali, il candidato che segue immediatamente il capolista può essere dello stesso genere del capolista medesimo. A pena di inammissibilità, i candidati, a partire dal candidato che segue immediatamente il capolista, sono collocati secondo un ordine alternato di genere».
Questo significa che tutti i capilista possono appartenere allo stesso genere, mentre l’alternanza uomo-donna si applica solo nelle posizioni successive. Di conseguenza, se il testo venisse approvato a Montecitorio, si verificherebbe un drastico calo di deputate e senatrici in Parlamento. Uno scenario reso ancora più critico dall’eliminazione del tetto del 60% attualmente previsto dal Rosatellum per garantire la parità di rappresentanza.
Le reazioni
«Il partito di Giorgia Meloni, la prima donna premier, ha cancellato l’obbligo dell’alternanza di genere che puntava a garantire la rappresentanza femminile», ha commentato così la deputata dem Laura Boldrini, «Non si sono limitati a bocciare il nostro emendamento che introduceva il rapporto di 50/50 tra donne e uomini nelle liste. Con la loro proposta tutti i capilista, cioè quelli che avrebbero più possibilità di essere eletti, potrebbero essere uomini, così come anche i secondi candidati: niente lo impedisce».
La segue la portavoce nazionale della Conferenza delle Donne Democratiche Roberta Mori (Pd), che sottolinea: «La proposta di legge elettorale della destra presenta molteplici e insuperabili criticità, ma rappresenta anche un gravissimo passo indietro sul terreno della democrazia paritaria. Non un compromesso, dunque, ma un arretramento sulla pelle delle donne che rischia di svuotare di significato ogni principio di equilibrio nella rappresentanza». E conclude: «La rappresentanza delle donne non è una concessione, ma un principio costituzionale che discende dagli articoli 3 e 51 della Costituzione e da un consolidato orientamento della Corte costituzionale, che riconosce il valore delle misure volte a riequilibrare una storica sotto-rappresentazione».
Anche da Azione si solleva una voce. È quella del deputato Fabrizio Benzoni: «L’emendamento di FdI-Nm-Udc sulle preferenze è una presa in giro. Parlano di preferenze, ma poi scrivono ‘listino bloccato’. Si riempiono la bocca di consenso popolare e di partecipazione, sapendo benissimo che a essere elette saranno, di fatto, solo le persone scelte come capilista dai vertici di partito, a scapito della parità di genere. Altro che preferenze, è l’ennesima operazione di facciata». E sulla stessa linea si trova la presidente di Avs alla Camera Luana Zanella, che ribadisce: «È davvero triste che la prima presidente del Consiglio donna sarà ricordata anche per aver inflitto un colpo mortale alla parità di genere nella rappresentanza elettorale. Almeno abbia la decenza di ammettere che non è né la prima, né la seconda sua priorità. Contenta lei e poche altre, contente tutte e soprattutto tutti, contento Vannacci».
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