Il giornalista e conduttore di «Report» Sigfrido Ranucci potrebbe essere sottoposto a un audit interno. Provvedimento legato alla lettera scritta dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso all’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi, in cui chiede di «conoscere azioni preventive e concomitanti che la Rai intende porre in essere per rendere impermeabili i programmi di inchiesta rispetto a interferenze terzi». Ciò significa, in sostanza, violare la segretezza delle fonti per valutarne «la veridicità», ma anche «l’affidabilità dei consulenti» e «la natura dei rapporti tra cronisti e consulenti».
Apparentemente un modo per arginare i casi come quello di Ranucci, ora vittima del pressing della stampa e della politica per il suo rapporto con Valter Lavitola, indagato come mandante dell’esplosione avvenuta di fronte all’abitazione del giornalista. Tuttavia, questo rischia di tradursi in un’ingerenza troppo pervasiva dei reportage di inchiesta, in quanto costringerebbe i cronisti, periodicamente, a rivelare l’identità dei loro informatori ai vertici Rai.
Rossi ha assicurato di non aver intenzione di avviare indagini parallele a quelle della magistratura: «Aspettiamo con la massima fiducia negli inquirenti, nel conduttore e nei suoi giornalisti». Non è però del tutto vero, in quanto un provvedimento è già stato preso, ovvero la cancellazione delle repliche estive di «Report» per la «tutela di un brand aziendale». Scelta che danneggia il lavoro della redazione. Inoltre, i consiglieri di maggioranza del Cda – quindi Federica Frangi, Simona Agnes e Antonio Marano – hanno chiesto che si faccia chiarezza sui rapporti intercorsi tra Ranucci e Lavitola, considerando la sostituzione del conduttore. Sfuma così, da un giorno all’altro, il garantismo tanto caro alla destra.
E infatti dall’opposizione si sollevano delle voci, che vedono con scetticismo le disposizioni dei vertici Rai. Il capogruppo del M5S al Senato Luca Pirondini ha tuonato: «In quale Paese occidentale un ministro può chiedere impunemente ai vertici della tv pubblica di controllare le fonti dei giornalisti?». Una domanda a cui risponde indirettamente il portavoce di Avs Angelo Bonelli: «L’obiettivo è indebolire il giornalismo d’inchiesta, intimidire chi racconta fatti scomodi e rendere il servizio pubblico sempre più docile nei confronti del potere».
Interviene anche Vittorio Di Trapani, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), che afferma: «Dietro la richiesta di un check delle fonti c’è il desiderio antico di violare il diritto e dovere di garantire la riservatezza delle fonti, pilastro della libertà di stampa». Ma che in Italia su questo ci siano delle criticità non rappresenta certo una novità: il 14 luglio una fonte a Bruxelles ha spiegato che, secondo la vicepresidente della Commissione UE Henna Virkkunen, per quanto il Belpaese abbia fatto dei passi avanti, non si può sicuramente considerare allineato all’European Media Freedom Act (EMFA), il Regolamento UE sulla libertà dei media.
Seguite La Sintesi sui nostri social!
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()
![]()





