Continua il lavoro diplomatico per ricucire lo strappo sul prestito europeo di 90 miliardi in favore di Kiev. A porre il veto, l’Ungheria e la Slovacchia: una ritorsione a seguito dell’interruzione delle forniture di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba. Forti dell’esenzione dal divieto di importazione di combustibili fossili russi, i due paesi hanno infatti potuto continuare a rifornire le proprie raffinerie di greggio proveniente da Mosca. Fino al 27 gennaio scorso, quando l’oleodotto, che attraversa il territorio ucraino, è stato messo fuori uso.
Secondo Zelensky, responsabile del bombardamento e del danneggiamento dell’impianto sarebbe l’esercito russo. Questa versione non convince però slovacchi e ungheresi, che si sono messi di traverso sul prestito UE. “Finché l’Ucraina non riprenderà il transito del petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba, impediremo ogni decisione importante in favore di Kiev”, ha affermato qualche giorno addietro il Ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó.
LE MOSSE DI FICO E ORBÁN
A seguito di un colloquio con Zelenski, il Primo Ministro slovacco Robert Fico ha invitato la Commissione a partecipare a un gruppo di ispezione congiunto. “Gli interessi nazionali di Slovacchia e Ungheria non possono essere messi da parte. La solidarietà all’interno dell’Ue deve essere reciproca”, ha rimarcato.
Venerdì mattina Volodymyr Zelensky ha risposto invitando Fico a visitare l’Ucraina per discutere “tutte le questioni”.
L’approccio del governo ungherese è stato più assertivo. Convinti che Zelensky stia mentendo, e forse anche per cercare di raddrizzare una campagna elettorale che li vede in netto svantaggio, i ministri Lázár e Nagy hanno accusato Kiev di voler privare il paese dell’energia russa a basso costo e addirittura di essere in procinto di attaccare l’Ungheria. Intanto Orbán, adottando un linguaggio più diplomatico, ha chiesto al Presidente del Consiglio Europeo António Costa e agli altri 26 leader una missione di verifica e accertamento dei fatti.
LA RISPOSTA DELLA COMMISSIONE
Desiderosa di uscire quanto prima dall’impasse, la Commissione europea ha accolto con favore la proposta. Bruxelles vede nella missione d’inchiesta sull’oleodotto Druzhba il primo passo verso il superamento dello stallo sul prestito a Kiev. Ciò non significa che la soluzione sia dietro l’angolo.
Innanzitutto, l’ok definitivo della Commissione può arrivare solo con il consenso ucraino, che formalmente ancora manca. Il governo ucraino ha sottolineato gli evidenti pericoli di una tale missione: per la loro importanza strategica, le infrastrutture energetiche sono infatti un obiettivo militare. Per questo sarebbe difficile ispezionarle, ed è ancor più difficile ripararle. Inoltre il piano è ancora in fase di sviluppo, e sono rari i precedenti di missioni di questo tipo.
Filtra comunque un cauto ottimismo. “Consideriamo questo un passo positivo”, ha dichiarato la portavoce della Commissione per l’energia Anna-Kaisa Itkonen. “Siamo in contatto con le autorità ucraine e continuiamo a lavorare con gli Stati membri per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento”.
