Le parole di Giusi Bartolozzi sulla magistratura, finite al centro di un video diventato virale, arrivano durante un dibattito televisivo sul referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. In studio l’attuale capo di gabinetto del Ministero della Giustizia sta facendo campagna per il sì. Poi la sfuriata contro i magistrati. Un passaggio che fa il giro dei social e scatena polemiche.
Non è uno scivolone. Dietro quella frase c’è un progetto politico già messo nero su bianco. Sei anni fa Bartolozzi deposita alla Camera una proposta di legge che punta a ridurre l’autonomia dei pubblici ministeri e ad aumentare il controllo della politica sull’azione penale. Nel giro di poco tempo arrivano altre due iniziative legislative che vanno nella stessa direzione. Tre proposte in sei mesi, tutte con un obiettivo chiaro: cambiare il rapporto tra magistratura e potere politico.
La proposta di legge sull’azione penale
L’8 ottobre 2020, allora parlamentare di Forza Italia, Giusi Bartolozzi deposita alla Camera una proposta di legge costituzionale con un punto centrale molto chiaro: togliere ai pubblici ministeri l’autonomia nell’esercizio dell’azione penale.
Il meccanismo previsto è semplice. Sarebbe il governo a stabilire le priorità investigative. In altre parole, la politica decide quali reati indagare prima e quali lasciare in secondo piano. Nella relazione introduttiva della proposta viene scritto senza giri di parole:
“La definizione delle priorità dell’esercizio dell’azione penale è un supremo compito che spetta alla politica.”
Una frase che riassume bene l’impianto dell’intero progetto. La scelta su cosa indagare e cosa no passerebbe alla politica.
Il tribunale disciplinare senza magistrati
Lo stesso giorno Bartolozzi deposita anche un’altra proposta di legge. Questa volta riguarda il sistema disciplinare della magistratura.
L’idea è la creazione di un’Alta corte disciplinare composta da nove membri. La composizione prevista è molto precisa: sei vengono nominati dal Parlamento e tre dal Presidente della Repubblica. In quell’organo non è previsto alcun rappresentante della magistratura.
Il risultato sarebbe un tribunale incaricato di giudicare i magistrati senza la presenza di magistrati al suo interno.
La terza iniziativa: una commissione parlamentare sulla giustizia
Sei mesi dopo arriva una terza proposta. La capo di gabinetto presenta un disegno di legge per istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uso politico della giustizia.
L’idea alla base è che le procure abbiano assunto nel tempo un ruolo autonomo e fuori controllo, una sorta di potere parallelo che il Parlamento dovrebbe indagare.
Anche in questo caso il presupposto politico è chiaro: mettere sotto osservazione l’operato della magistratura e verificarne il presunto uso politico.
Tre proposte, una stessa direzione
Guardate insieme, le tre iniziative legislative mostrano una linea politica precisa. La prima punta a limitare l’autonomia dei pubblici ministeri nell’azione penale, trasferendo alla politica la scelta delle priorità investigative.
La seconda interviene sul piano disciplinare con un tribunale composto solo da membri nominati dalle istituzioni politiche.
La terza introduce una commissione parlamentare incaricata di indagare sull’operato della magistratura. Tre interventi diversi, ma tutti orientati nello stesso senso: rafforzare il ruolo della politica nel controllo della giustizia.
Articoli di: Alessio Matta
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