«L’ultima volta che ho visto tanta partecipazione e tanto entusiasmo è stata per il referendum del 2006».
In un’intervista rilasciata a Francesca Schianchi de La Stampa, Rosy Bindi rivendica il significato del voto, accoglie le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè come atti dovuti e auspica che la premier colga la lezione del voto. Ovvero che «la Costituzione non si tocca a colpi di maggioranza stravolgendone i principi. E che chi vince governa, ma non comanda». Da qui l’invito a Giorgia Meloni: «Mi aspetterei che ritirasse il premierato e la legge elettorale, che è un premierato mascherato».
“Conte? Un moto di fastidio”
La critica più netta è però rivolta al leader del M5S Giuseppe Conte. «Ho provato un moto di fastidio davanti a chi, a spoglio ancora in corso, si è messo a parlare di primarie».
Secondo Rosy Bindi, scambiare il risultato del referendum con il consenso dell’opposizione rischia di far imboccare una strada sbagliata: «Abbiamo fatto una battaglia per difendere la Costituzione e, nemmeno il tempo di finire lo spoglio, ci metti il cappello sopra? I partiti hanno fatto la loro parte, ma abbiamo vinto soprattutto grazie ai comitati, all’impegno civico. E, in primo luogo, bisogna capire i motivi profondi del voto: la democrazia, la pace, i diritti, la libertà».
Primarie e antinomie
Il problema, ovviamente, non sono le primarie in sé: «Non scarto certo lo strumento: sarebbe come smentire la mia storia politica degli ultimi trent’anni. Ma il referendum ha chiesto un’alternativa e ci vuole altro per costruirla. Se ogni candidato va col proprio programma, si va nel senso esattamente opposto. Prima bisogna fare la fatica di chiarire le antinomie che conosciamo, a cominciare dalla politica internazionale».
Altrimenti «le primarie rischiano persino di smentire il dettato della Costituzione, quando parla di responsabilità della rappresentanza. Rischiano di non essere uno strumento di partecipazione, ma uno scarico di responsabilità».
Il federatore
L’intervista si sposta poi sulla possibilità di coinvolgere «un’autorevole personalità che accompagni il percorso». Quella di un “papa straniero” non sarebbe quindi un’eventualità da escludersi. La pensa diversamente Elly Schlein, che ha dichiarato conclusa l’epoca dei federatori. Ma alla segretaria, Bindi consiglia «di non essere troppo assertivi e rimanere aperti a qualunque soluzione». E quando Francesca Schianchi le chiede se abbia già in mente un nome, l’ex ministra risponde: «Sì, ma non glielo dico».
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