Il processo di appello sull’occupazione dell’edificio in via Napoleone III a Roma da parte degli esponenti del movimento neofascista CasaPound si è concluso con tre condanne e sei concordati, ovvero un accordo tra imputato e accusa per una riduzione della pena e la rinuncia ai motivi di appello. Per tutti l’accusa è quella di occupazione abusiva aggravata.
Tra coloro che hanno accettato il concordato, con pene che vanno dagli otto mesi a un anno di carcere, c‘è anche il presidente di CasaPound, Gianluca Iannone. Tra i tre imputati che hanno optato per il rito ordinario figurano Simone Di Stefano, per cui è stata confermata la pena a due anni e due mesi, e suo fratello Davide Di Stefano, condannato a due anni. Entrambi sono esponenti di spicco della destra radicale italiana e hanno avuto un ruolo cruciale nella fondazione di CasaPound. Il primo ne è stato il portavoce e il secondo ha rivestito ruoli dirigenziali all’interno del movimento.
L’occupazione dello stabile in via Napoleone III
Il processo fa riferimento all’occupazione abusiva operata nel 2003 di un palazzo nel quartiere Esquilino, a poca distanza dalla stazione Termini. Il movimento neofascista ha reso l’edificio la sua sede, ponendo anche la famosa scritta sulla sua facciata, rimossa poi nel 2019. L’Espresso ha ricostruito la storia di quanto accaduto in questi due decenni, dal momento dell’occupazione fino alle condanne odierne.
L’occupazione risale al 27 dicembre 2003 da parte di alcuni membri di un centro sociale di destra, che in quello stesso periodo stavano organizzando occupazioni anche in altri quartieri della capitale. Proprio tra le mura di questo palazzo, che era di proprietà pubblica in quanto ospitava gli uffici del ministero dell’Istruzione, è nata CasaPound.
Il ministero dell’Interno ha chiesto immediatamente lo sgombero, ma dopo pochi mesi comunicò all’Agenzia del Demanio, che era proprietaria dell’edificio, di volerlo riconsegnare per “cessate esigenze istituzionali”. Una richiesta respinta proprio perché l’edificio risultava occupato. Per anni, quindi, la situazione è rimasta stagnante.
Nel 2009, per volontà del sindaco di Roma Gianni Alemanno, molto vicino agli ambienti di estrema destra, si cercò l’accordo con l’Agenzia del Demanio affinché il Comune potesse acquistare l’immobile. Una mossa mai messa in atto per la contrarietà dell’opposizione, in quanto si temeva che questa vendita servisse ad autorizzare l’occupazione da parte di CasaPound piuttosto che lo sgombero. Nel 2016, l’allora commissario straordinario Francesco Paolo Tronca ha reinserito l’edificio nella lista delle occupazioni abusive di CasaPound, dopo che lo stesso Alemanno l’aveva esclusa.
Nel giugno 2020 è stato notificato il provvedimento di sequestro dell’edificio, come spiegato dalla sindaca di Roma Virginia Raggi (M5S). Una decisione giunta a seguito di un’indagine condotta dalla Digos della Questura di Roma. In quello stesso giorno, vari dirigenti di CasaPound sono stati indagati.
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