A nulla è servito l’appello di Papa Leone XIV, che ha chiesto ai lefebvriani di rivedere la loro posizione. E così il Vaticano si è visto costretto a formalizzare la latae sententiae, ovvero la scomunica, per i sei vescovi coinvolti. I due consacranti e i quattro consacrati senza l’approvazione di Prevost. È una conseguenza automatica che si attiva nel momento in cui non si obbedisce al Pontefice, favorendo così uno scisma dalla Chiesa di Roma. Ma, a ogni modo, non si tratta di una sentenza definitiva: può essere revocata in qualsiasi momento proprio dal Papa.
È accaduto infatti a monsignor Bernard Felley e a monsignor Alfonso de Galarreta, entrambi scomunicati da Giovanni Paolo II nel 1988 e poi riabilitati da Benedetto XVI nel 2009. Tuttavia, in questo caso la latae sententiae non riguarderà soltanto i promotori, ma anche tutti coloro che aderiranno al movimento dei lefebvriani. Sacerdoti e laici inclusi. E questo comporta l’esclusione dalla vita cristiana, dunque anche l’accesso ai sacramenti – tra cui battesimo, comunione e matrimonio –.
Su questo Leone XIV aveva concentrato il suo appello: «Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione», aveva sottolineato. Ma nello stesso luogo, a Econe in Svizzera, dove si consumò il primo scisma, anche allora promosso dai lefebvriani, è stato deciso l’allontanamento dal Vaticano e da ciò che oggi rappresenta.
«Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa», aveva dichiarato il superiore della Fraternità San Pio X don Pagliarani durante la messa di consacrazione dei quattro vescovi. Un atto che i lefebvriani considerano pronunciato con «la lingua della fede».
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