La presa di posizione del presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, proprio non va giù al ministro della Cultura Alessandro Giuli. Coglie così l’occasione di un’intervista a Repubblica, per pungerlo su diversi punti: “È stato vittima di una fantasia pacificatoria, voleva l’Onu dell’arte, ha finito per illudersi di poter fare politica estera” – afferma – “Ma questa spetta al governo e al Parlamento”. Ironizza inoltre sulla rivendicazione dell’autonomia dell’istituzione da parte di Buttafuoco, spiegando che “la fondazione lagunare non è uno stato sovrano” e che “a forza di rivendicare l’autonomia, si è persino auto-commissariato”. Questo, riferendosi alla scelta di affidare ai visitatori il compito di assegnare i premi della kermesse.
Giuli e la Biennale: “capitolo chiuso”
Alessandro Giuli non vede colpe da attribuire al dicastero. Per il ministro è la Biennale stessa ad aver causato un danno d’immagine all’evento. Specifica, inoltre, che “tutto è in mano a Palazzo Chigi” e che dunque “il capitolo Venezia è chiuso”. Non ci vede nulla di male neppure nella visita degli ispettori, la goccia che avrebbe spinto la giuria a rinunciare al prestigioso incarico. Secondo Giuli, si tratta di “dovere”. L’obiettivo era accertare semplicemente che fosse tutto “regolare”.
Sul padiglione russo, “il governo è stato avvisato a cose fatte”, rivendica il ministro. E non manca di minimizzare il tentativo di Buttafuoco di proteggere l’arte dalle dinamiche di potere internazionale. “Pietrangelo è l’inconsolabile espressione di un ancien régime isolazionista e borbonico, che non riconosce l’unità d’Italia”. E ancora: “Non è un martire della jihad, è il mio caro Ciccio Tumeo – il Gattopardo, ndr”.
E sempre sulla partecipazione di Mosca alla kermesse, Giuli ha sostenuto che “se migliaia di visitatori ceceni, mandati da Ramzan Kadyrov, voteranno il padiglione russo, sapremo chi ha vinto: Vladimir Putin”. Afferma, peraltro, che se il presidente della Biennale avesse coinvolto l’esecutivo nelle “interlocuzioni che porta avanti con i russi da anni”, questo avrebbe favorito un dialogo sul “cessate il fuoco” e “la liberazione di cento bambini ucraini”.
Insomma, Giuli sarebbe indignato per la inclusione del padiglione russo. Rimane però impassibile sulla partecipazione di Israele. Anzi, è proprio dopo che la Fondazione della Biennale di Venezia ha deciso di escludere Mosca e Tel Aviv dall’assegnazione dei premi che il dicastero ha mandato gli ispettori.
Il caso Venezi e Regeni
Nessuna responsabilità politica, neppure sul licenziamento di Beatrice Venezi da La Fenice e sul mancato finanziamento per il documentario su Giulio Regeni, il giovane ricercatore ucciso in Egitto. Sulla prima questione, Giuli dichiara che “la fine della collaborazione era legata a vicende circostanziate, non alle proteste dell’orchestra”. Mentre sul film contestato rivendica: “La commissione selettiva che ha sbagliato è evaporata”.
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