L’intervento del vicepremier Matteo Salvini, dal palco di «NexUs» a Milano Marittima, non ha fatto che alimentare le tensioni interne al partito. E, in particolare, i malumori dei leghisti del Nord: da Luca Zaia, ad Attilio Fontana, passando per Massimiliano Fedriga e Maurizio Fugatti. Ad accendere i governatori ed ex governatori è stata la precisazione del ministro dei Trasporti: «Sarò io a guidare la campagna per le elezioni del 2027 e voglio una squadra unita». E ancora: «Sarò segretario per altri tre anni». Ergo: il capo sono io.
Matteo Salvini, infatti, può contare sullo statuto. Così com’è scritto, prevede che il segretario possa essere sostituito a condizione che il cinquanta per cento più uno dei membri del consiglio federale si dimetta e annunci la sfiducia. Possibilità che, come riporta Repubblica, gli stessi esponenti del Carroccio definiscono «impossibile», in quanto l’attuale consiglio è composto da «tutti i suoi fedelissimi». E quindi qualcuno della Lega commenta: «Matteo non ha proprio capito. Gioca a fare il bullo».
Ciò nonostante, il fronte del Nord ha una carta importante in mano: il crollo del Carroccio ai sondaggi. Il vicepremier, che prima vantava oltre il 20%, ora rischia di ritrovarsi a guidare un «partito tascabile». Ed è sulla base di questo tallone d’Achille che Zaia, Fedriga, Fugatti e Fontana chiedono una ridefinizione. Tanto della linea politica, quanto della gestione che, secondo loro, dovrebbe essere federale e radicata nei territori.
«È una trappola», è quindi il verdetto di parte dei leghisti riguardo l’intervento di Salvini a Milano Marittima. E l’ammonimento arriva anche sulla questione Vannacci. Il ministro ha garantito che non si farà «fregare» una seconda volta, ma minimizzare il problema non basta. Un esponente del Carroccio, intercettato dai cronisti di Repubblica, rimarca: «È stato un errore gravissimo e il conto lo stanno pagando il partito e il Governo».
A ogni modo tre anni sono lunghi, ma le elezioni sono vicine. E se la Lega dovesse scendere ai sondaggi, Matteo Salvini rischia di rimanere indietro non tanto per i suoi compagni di partito, quanto per scelta degli elettori stessi.
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