Come negli ultimi minuti di un giallo, quando tutti i piccoli particolari della storia assumono un significato e il protagonista tira le fila del caso, il governo Meloni si trova a pagare i conti di tutti i passi falsi e le occasioni mancate che hanno caratterizzato questi tre anni e mezzo di governo. A dimostrarlo è l’ultimo via libera lampo al decreto che proroga per ulteriori due settimane il taglio delle accise sui carburanti. Il Consiglio dei ministri è durato poco più di mezz’ora, a sottolineare che ormai il governo non ha altra scelta che spendere per misure costosissime e non strutturali.
La scintillante facciata di un esecutivo che ha “riportato in Italia la stabilità” si è scontrata con gli incontrovertibili dati pubblicati dall’Ue e dall’Istat. Il Pil diminuisce, il debito pubblico aumenta e l’uscita dalla procedura di infrazione imposta dall’Ue sembra sempre più lontana. In più, il potere di acquisto degli italiani si è ridotto e le culle sono sempre più vuote. Di fronte all’impossibilità di negare l’evidenza, il governo si è trincerato dietro il silenzio, nel tentativo di evitare la catastrofe semplicemente ignorandola. Pur non riconoscendola, la recessione è comunque dietro l’angolo.
I “decretini” del governo Meloni
“Sono solo stime” sussurra il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ricordando che lo scenario potrebbe modificarsi da un momento all’altro, magari con una salvifica riapertura dello Stretto di Hormuz. Il governo si affida al fato, come in passato si è affidato alla consapevolezza di poter sempre accusare i governi passati delle problematiche economiche vissute dal Paese. Così si spiega la passione per i “decretini” approvati in fretta e furia per porre rimedio a emergenze evitabili con un minimo di lungimiranza.
L’auspicio è che l’emergenza rientri da sola. Nessuno riflette sui danni a lungo termine, né sulla possibilità che le condizioni passate possano non tornare. La coperta è corta e le spese sono sempre più numerose. La sorte non sembra a favore di questo esecutivo. Così, di fianco alle speranze, il governo punta tutto sull’Europa. Una posizione particolare per dei partiti – come quelli di Giorgia Meloni e Matteo Salvini – che si sono sempre definiti “euroscettici”.
Il sospetto con cui viene osservata l’influenza di Bruxelles sulle politiche degli Stati membri rimane, ma si affianca alla consapevolezza che, dopo i fallimenti di questi anni, l’unica soluzione sia chiedere aiuto a Ursula von der Leyen. La stessa presidente della Commissione Ue che domenica scorsa ha ricevuto una lettera da Giorgia Meloni a cui non ha ancora dato risposta.
Il nodo del Patto di stabilità
Il governo chiede maggiore flessibilità sul Patto di stabilità – lo stesso su cui ha posto una firma entusiasta nel 2023 – affinché le regole più moderate nei confronti delle spese militari vengano allargate anche a quelle energetiche. Una misura disperata a fronte di condizioni catastrofiche. Dalla crisi del 2022, generata dal conflitto russo-ucraino, il governo non ha imparato nulla. In questi anni i rapporti di dipendenza con gli Usa non sono stati allentati e i mercati non sono stati diversificati. Al contempo, la transizione energetica ed ecologica è stata guardata con sospetto e non adeguatamente sfruttata.
Anche in questo caso, il governo ha adottato una tattica a metà tra il disfattismo e la rassegnazione. “È colpa del Superbonus”, “è colpa di chi ha approvato il Green Deal”, “è una conseguenza di anni di inadeguatezza”: frasi ripetute come un mantra con l’obiettivo di scostare l’attenzione dall’inazione di questo governo. Mentre l’esecutivo accelera sulla riforma della legge elettorale, il rumore delle promesse non mantenute stride con la propaganda di un governo che festeggia i risultati di un Pnrr sprecato e di un decreto lavoro pieno di misure inefficaci e non strutturali.
Il lento declino del governo Meloni
Il Premierato e l’Autonomia differenziata vengono rimandati a data da destinarsi, mentre il referendum sulla Giustizia ricorda il fallimento di un governo che ha sottovalutato le capacità di riflessione del suo stesso popolo.
Così, oggi, l’Italia si trova dipendente non solo dalle scelte degli Usa, della Russia, dell’Iran, ma anche da quelle dell’Unione europea. Un colpo durissimo per un governo che del sovranismo ha fatto la sua bandiera. Ciò che conta, in ogni caso, è che l’esecutivo Meloni passi alla storia come uno dei più longevi. Forse anche meglio del Berlusconi II.
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