L’attenzione converge sull’Independence Day. Soprattutto alla luce delle tensioni che hanno incrinato l’asse Roma-Washington. La presenza della premier Giorgia Meloni infatti, che sarà comunque impegnata a Padova, rimane un’incognita. I vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini hanno invece accolto l’invito. Così come il ministro della Difesa Guido Crosetto, che potrebbe raggiungerli con l’obiettivo di garantire la continuità della partnership strategica con l’alleato atlantico. Il fronte progressista, invece, sugli USA si divide.
Per Avs, non se ne parla. La coalizione guidata da Nicola Fratoianni ha scelto di mantenere il punto sulle politiche della Casa Bianca. Lo stesso discorso vale per Azione, con il segretario Carlo Calenda che commenta: «La trovo una gran rottura di scatole, normalmente fa un caldo terrificante». E riflette: «Quest’anno non mi hanno invitato, ma li capisco. Dico su Trump cose orrende». E non manca la stoccata a chi invece ha scelto di partecipare alla celebrazione del 2 luglio: «Sa un po’ di vassallaggio». Una linea che, probabilmente, seguiranno anche i dem.
Il Pd non è compatto sul rapporto con gli USA. La segretaria Elly Schlein, per esempio, non è andata a Villa Taverna nemmeno lo scorso anno. Ed è improbabile che si presenti proprio ora. C‘è poi chi preferisce dare priorità ai rapporti con Washington, piuttosto che dare importanza alle giravolte del tycoon. Come l’ex ministro della Difesa e presidente del Copasir Lorenzo Guerini, che ha affermato: «È la festa di un alleato strategico, non è il compleanno di Trump. Credo sia giusto andarci».
Anche Matteo Renzi sostiene sia meglio privilegiare il rapporto di «amicizia» con il popolo statunitense. E dello stesso avviso è il M5S, che di fatto invierà una delegazione. Non è ancora escluso, peraltro, che partecipi direttamente il leader pentastellato Giuseppe Conte, il quale non è ancora intervenuto sulla questione. Ci sono poi Roberto Vannacci (Fn) e Maurizio Lupi (Noi Moderati). Il primo ha sottolineato di aver ricevuto l’invito, ma di non poter presenziare in quanto «impegnato a Bruxelles», mentre il secondo non mancherà all’appello.
Il nodo, però, rimane Meloni. Che ormai con Donald Trump si trova, sembra, ai ferri corti. E quindi il punto sarà se mantenere il pugno di ferro dopo l’attacco frontale oppure dare una parvenza di normalità diplomatica, facendo convergere il dibattito pubblico sul rapporto tra USA e Italia. E non tra i rispettivi leader.
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