La legge elettorale torna al centro della partita parlamentare, ma il centrodestra arriva all’appuntamento senza una posizione condivisa sul punto politicamente più delicato: il ballottaggio. Scaduto il termine per presentare gli emendamenti al Senato, la maggioranza prova a tenere insieme posizioni divergenti e rinvia di fatto ogni decisione all’approdo della riforma in Aula, previsto per il 9 settembre.
Il caso Pera: un emendamento che può sparire
L’unica proposta sul ballottaggio depositata è quella del senatore di Fratelli d’Italia Marcello Pera, presentata “a titolo personale” e destinata direttamente all’Aula. Il testo prevede il secondo turno tra le prime due coalizioni solo se entrambe hanno superato il 38% dei voti. Ma nemmeno questa proposta può essere considerata una scelta definitiva della maggioranza. In Fratelli d’Italia non viene esclusa l’ipotesi di chiedere allo stesso Pera di ritirarla, eliminando così dal tavolo il tema più divisivo. Il punto è semplice: sul ballottaggio un accordo non c’è. Forza Italia ha rinunciato al proprio emendamento, che avrebbe fissato al 40% la soglia per accedere al secondo turno, mentre la Lega continua a opporsi nettamente all’introduzione del ballottaggio.
Forza Italia prende tempo, la Lega dice no
La presidente dei senatori di Forza Italia Stefania Craxi motiva la scelta con la necessità di “privilegiare il dialogo, la coesione della coalizione e la ricerca di soluzioni condivise”. Una formula che fotografa però anche le difficoltà della maggioranza nel trovare una sintesi. Il confronto resta aperto anche dentro Fratelli d’Italia. Il ballottaggio, infatti, presenta problemi tecnici legati al bicameralismo perfetto, ma soprattutto rischia di produrre effetti politici diversi da quelli immaginati. L’obiettivo sarebbe anche contenere il peso di Vannacci e di Futuro Nazionale, ma il doppio turno potrebbe spingere una parte dell’elettorato a votarlo al primo turno, contando poi sulla possibilità di sostenere Meloni al secondo.
Preferenze sì, ma resta il nodo dei capilista
Più solida, almeno per ora, è l’intesa sulle preferenze. I partiti della maggioranza hanno presentato un emendamento comune, ma resta esclusa l’alternanza di genere per i capilista bloccati: l’obbligo scatterebbe soltanto dalla seconda posizione. Anche la cosiddetta norma anti-cespugli resta oggetto di discussione. Un emendamento di FdI propone di abbassare dal 3 al 2% la soglia sotto la quale i voti delle formazioni non vengono conteggiati ai fini della cifra elettorale nazionale.
L’opposizione prepara il muro
Le opposizioni hanno presentato 697 emendamenti, 659 dei quali firmati da Pd, M5s, Avs e Italia Viva, con otto proposte unitarie. Tra le richieste, preferenze per tutti e cancellazione dell’obbligo di indicare il candidato premier. Durissimo l’attacco di Elly Schlein: “Hanno deciso di fare una mossa disperata e che renderebbe questa pessima legge ancor più incostituzionale: inserire il ballottaggio”. E accusa la premier di voler costruire “una legge elettorale su misura”. “È vergognoso questo atteggiamento proprietario delle istituzioni”, conclude la segretaria Pd. “Con le altre opposizioni faremo muro”. La vera partita, dunque, è ancora tutta da giocare. E il dato politico più evidente è che la maggioranza non ha ancora trovato un accordo sul ballottaggio: la decisione è rinviata all’Aula, mentre il centrodestra prova a evitare che una riforma pensata per rafforzare la governabilità finisca per aprire una nuova frattura al suo interno.
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